"Imperare sibi maximum imperium est"

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giovedì 18 febbraio 2016

CONVEGNO SUL TEMA: "BANCHE E RISPARMIO"

Venerdì 26 febbraio 2016
Seregno (MB), ore 21:00

Programma intervento di Roberto Motta Sosa

  • Premessa
  1. Sintesi storica della normativa bancaria nazionale italiana, 1893 – 2013

I.                  La Banca Centrale Europea

a.      natura e composizione del suo azionariato
b.      normativa e ambito del SBCE –Sistema di Banche Centrali Europee
c.       il Regime giuridico del SBCE e il Protocollo sui privilegi e sulle immunità dell’Unione europea

II.               La partecipazione italiana alla BCE

a.      la composizione azionaria della Banca d’Italia
b.      Signoraggio e reddito monetario secondo la Banca d’Italia


III.            Conclusioni

a.      Controversie e cortocircuito nel meccanismo di vigilanza istituzionale in merito ai recenti casi Banca Etruria e Banca Marche


b.      Una nuova “Glass-Steagall”?


sabato 26 dicembre 2015

Siria: l’Occidente perde uno dei suoi più grandi alleati
Chi era Zahran Alloush



E’ stato un Natale di sangue, mestizia e lutto quello appena celebrato nelle capitali dell’Occidente. Le principali cancellerie europee (Ankara compresa) e Washington hanno infatti dovuto apprendere la notizia della morte di Zahran Alloush, il capo militare dell’Esercito dell’Islam (Jaysh al-Islam), formazione jihadista di stampo salafita che compone, insieme ad altre, la vasta galassia anti Assad in Siria. Alloush è rimasto ucciso nella zona di Ghouta durante un raid aereo (26 dicembre) delle forze russe, che dal settembre 2015 sostengono il governo di Damasco e si oppongono ostentatamente all’Occidente. Zahran Alloush era nato a Damasco nel 1971 e aveva fama di essere uomo di studi religiosi, avendo egli conseguito un master di specializzazione in Sharia (la legge coranica). Il padre di Alloush, che attualmente vive a Riyadh (capitale dell’Arabia Saudita), appartiene infatti alla corrente islamica salafita. Alloush nel 2009 inizia la sua parabola ascendente. Viene infatti arrestato in Siria, ma rilasciato nel 2011 grazie al provvedimento di amnistia generale proclamato dal presidente Bashar al Assad come segno di conciliazione allo scoppio delle prime rivolte contro il governo di Damasco. E’ in questo frangente che fonda la Brigata dell’Islam (Liwa al-Islam) che ha come compito quello di rovesciare il governo siriano. La formazione ha però vita breve, perché subito dopo crea l’Esercito dell’Islam (Jaysh al-Islam). Nell’aprile 2015, insieme ad altri capi jihadisti, si reca a Istanbul (Turchia, Paese membro della NATO), dove intavola colloqui con movimenti dell’opposizione siriana sotto l’ombrello protettivo turco. Nel suo ambiente era ritenuto un personaggio carismatico, sapeva infatti riunire le diverse anime dell’opposizione siriana. Nel 2013 elogiò la figura di Osama bin Laden e chiamò “fratelli” i miliziani del FronteAl-Nusra (https://www.youtube.com/watch?v=Lcvz-sgyuu0), la formazione di Al-Qaeda che combatte in Siria. Al-Nusra, che il 30 maggio dello stesso anno era stata inclusa dalle Nazioni Unite nella lista dei gruppi terroristici internazionali, è una delle più agguerrite formazioni combattenti anti Assad, tanto che due Risoluzioni delle Nazioni Unite, la 2170 (del 15 agosto 2014) e la 2178 (del 24 settembre 2014), entrambe incluse sotto il Cap. VII della Carta ONU, autorizzano l’uso della forza internazionale contro essa. 
Dotato di grandi capacità militari, almeno secondo alcuni commentatori occidentali, (nel mese di novembre combattenti del suo gruppo avevano esposto alcuni prigionieri in gabbie per utilizzarli come scudi umani durante i bombardamenti siriani), Alloush rappresentava una grande risorsa per tutto il fronte alleato che contrasta Assad (e in misura diversa le forze russe presenti in Siria). Il 9 dicembre 2015 infatti, Alloush aveva partecipato all’incontro organizzato a Riyadh a margine del Summit del Gulf Cooperation Council (GCC) per discutere con alcune formazioni che compongono l’opposizione al governo della Siria. All’incontro, organizzato su iniziativa del Reale governo dell’Arabia Saudita, erano presenti esponenti della milizia salafita Ahrar Al-Sham vicina al gruppo qaedista Al-Nusra (non presente al summit). Al-Nusra, secondo un ‘Rapporto del Servizio Affari Internazionali’ (ottobre 2015, n. 10) del Senato italiano, guida la nuova coalizione anti Assad: l’Esercito della Conquista, nato con appoggio di Arabia Saudita e Turchiadi cui fanno parte gruppi riconducibili ai Fratelli Musulmani, alla Salafia e ad al-Qaeda. In particolare, Ahrar Al-Sham sarebbe armata e appoggiata dai turchi attraverso le zone di frontiera con la Siria abitate da turcomanni, le stesse zone sorvolate dal caccia-bombardiere Sukhoi Su-24 russo prima di essere abbattuto da caccia di Ankara il 24 novembre scorso, per violazione dello spazio aereo turco. La dipartita di Alloush rischia di mettere dunque in serie difficoltà la politica turca nell’area, ma soprattutto dell’Arabia Saudita, peraltro alleata di primo piano dell’Italia, essendo il governo di Riyadh compartecipe, insieme a quello di Washington, nel Counter Finance Working Group, la cui prima riunione (come illustrato in un rapporto scritto dell’inviato militare speciale del Presidente Barack Obama, il Generale John R. Allen) si è tenuta proprio a Roma nel marzo 2015. Già il 3 dicembre 2014 una Risoluzione della 3a Commissione permanente "Affari esteri, emigrazione" del Senato italiano (Doc. XXIV n. 43), riguardante la "conclusione dell'esame dell'affare assegnato sulla situazione in Siria", impegnava il governo di Roma: "a sostenere in tutti i modi, incluso quello militare, l'azione della coalizione militare [...]" in Siria.



venerdì 11 dicembre 2015

CONVEGNO SU ISIS E CALIFFATO

I recenti tragici fatti di cronaca rivelano come oramai il pericolo islamista sia penetrato in profondità sin nel cuore dell’Europa occidentale. Ciò rende altresì necessario comprenderne le radici storiche, le ideologie che lo alimentano e le connessioni geopolitiche sulle quali il cosiddetto Califfato poggia le sue fondamenta.
Dai primi secoli della storia araba al tramonto dell’Impero Ottomano il Califfato storico ha garantito l’unità politica e religiosa del mondo islamico sunnita. La sua fine, negli anni Venti del XX secolo, ha rappresentato un trauma per l’ecumene islamica (in particolare sunnita), tanto da porre i semi di quello che gli esperti hanno definito movimento neo-fondamentalista islamico.
L’associazione culturale-scientifica Nuova Urania vuole quindi offrire una riflessione su tali aspetti, con l’idea che la comprensione dell’attualità non possa prescindere dall’analisi delle dinamiche storiche e geopolitiche che hanno generato l’ISIS, all’interno di una conferenza dal titolo “Il Califfato: realtà storica e attualità geopolitica”.
Sarà l’occasione per cogliere la tematica sotto un duplice aspetto. Da un lato l’attualità, con un richiamo agli attacchi terroristici di Parigi e un intervento del direttore di MonzaOggi.com, Paolo Mariani, e dall’altro gli aspetti più strettamente storici e geopolitici. L’esposizione, che sarà accompagnata da fotografie storiche e mappe geopolitiche, prenderà in considerazione la genesi, le tappe fondamentali, la propaganda e  le fonti di finanziamento dello Stato Islamico, illustrando anche quali siano attualmente gli strumenti utilizzati per il contrasto internazionale e il ruolo dell’Italia.

L’incontro, aperto al pubblico, si terrà giovedì 17 dicembre, nella Sala Mons. Gandini (Via XXIV Maggio) del Comune di Seregno, dalle ore 21:00



martedì 29 settembre 2015

La rivoluzione della CIA
Riforma interna, trasparenza ed etica

[foto: CIA News & Information]


Per la CIA (Central Intelligence Agency), la rovinosa, nonché prematura, fine della direzione di David Petraeus e lo smacco subìto con la morte dell’ambasciatore Chris Stevens a Bengasi nel 2012 sembrano essere brutti ricordi lasciati oramai alle spalle. Negli uffici di Langley pare infatti si respiri aria di rinnovato entusiasmo. Merito, soprattutto, del nuovo Direttore, John C. Brennan, alla guida dell’Agenzia dal marzo 2013, dopo il breve interregno del Deputy Director di Petraeus, Michael Morell.
Il 6 marzo scorso Brennan ha illustrato le sue riforme in un messaggio interno (ovvero a porte chiuse) riservato alla comunità di agenti e analisti della CIA, intitolato Our Agency’s Blueprint for the Future. Oltre alle novità nel campo digitale per il contrasto al cyber terrorismo, con la creazione di un nuovo dipartimento (il Directorate of Digital Innovation), Brennan ha annunciato un maggiore impegno nella valorizzazione delle risorse umane (HUMINT –Human Intelligence), partendo soprattutto dai centri di eccellenza del mondo universitario statunitense. Per agevolare questo processo, la nuova direzione strategica guidata da Brennan ha pensato di creare la CIA University, che sarà guidata da un cancelliere con il mandato di istruire gli agenti e formare i futuri quadri dirigenti dell’Agenzia. E’ inoltre previsto un ampliamento dei poteri e delle prerogative del Direttore Esecutivo, nonché la riformulazione dei ruoli dell’ufficio del Segretario Esecutivo. Altra novità importante, introdotta da Brennan, è la decentralizzazione dei centri operativi, attraverso la creazione di Centri Missione (Mission Centers) posti sotto la guida di un Assistant Director. Ogni Assistant Director godrà di una considerevole responsabilità nel prendere l'iniziativa e migliorare ulteriormente la rapidità di esecuzione delle missioni. Ognuno di loro avrà, inoltre, il compito di migliorare e integrare le operazioni di raccolta, analisi, sviluppo di tecnologie e supporto, applicando queste skills in modo maggiormente efficiente ed efficace ai problemi più urgenti che riguardino la sicurezza e gli interessi nazionali degli Stati Uniti e dei loro partner internazionali. Brennan ha infatti spiegato come la cooperazione con le intelligence alleate rappresenti un punto fondamentale per la CIA, soprattutto per comprendere dinamiche complesse e potenzialmente ostili che possano emergere da differenti aree culturali del globo.



Un altro tema che pare stia a cuore al Direttore è la trasparenza. Parlando al Council on Foreign Relations (CFR), il 13 marzo 2015, Brennan aveva infatti affermato che se la CIA vuole collaborare proficuamente con una vasta gamma di servizi in tutto il mondo, deve concentrarsi anche “sul miglioramento della professionalità e l'impegno per l'etica dell’intelligence”, sostenendo “i princìpi e le pratiche che sono indispensabili per qualsiasi agenzia di intelligence, come evitare il coinvolgimento nel processo politico, mantenendo una rigorosa indipendenza e obiettività, e l’aderenza alle norme internazionali fondamentali”. Una dichiarazione d’intenti, quest’ultima, che sembra volere sgombrare il campo da vecchi equivoci, anche interni. Non erano infatti passate inosservate le improvvise dimissioni dell’ex capo delle operazioni clandestine della CIA, ritiratosi in polemica con un piano di rinnovamento che, a suo dire, avrebbe messo in pericolo la sua posizione e quelle degli agenti operativi impegnati nelle operazioni sotto copertura. La sua posizione non è però rimasta vacante a lungo, perché, nel gennaio scorso, l’Agenzia ha nominato un nuovo responsabile per il Direttorato delle Operazioni, la cui identità, per ovvie ragioni di sicurezza, non è stata rivelata (sebbene tra gli insider del mondo dell’intelligence siano noti il suo nome di battesimo e l’iniziale del cognome: Greg V.)

[foto: Official White House Photo by David Lienemann]

La nuova nomina non è stata l’unica mossa voluta da Brennan, il quale, nel suo messaggio ai colleghi della CIA, ha affermato che è sua intenzione riformare il National Clandestine Service e la Direzione Operazioni, oltreché porre il Direttorato dell’Intelligence sotto la Direzione Analisi. Per certi versi, piuttosto che di una novità si dovrebbe parlare più esattamente del recepimento di un principio che era già stato codificato in un documento del Director of National Intelligence (DNI) intitolato Principles of Professionals Ethics for the Intelligence Community. Sia il documento che la figura del DNI sono a loro volta frutto di innovazioni introdotte dalla più recente legge di riordinamento dei servizi d’intelligence degli Stati Uniti introdotta nel 2004 e intitolata Intelligence Reform and Terrorism Prevention Act.
Ben prima quindi, che il plot NSA-gate e l’affaire Snowden accendessero i riflettori dei mass-media e spostassero morbosamente l’attenzione dell’opinione pubblica sulla comunità d’intelligence di Washington.

venerdì 18 settembre 2015

Vom Kriege 
La nuova Dottrina Militare del Pentagono e il confronto globale tra le potenze




Mentre il Pentagono mette in guardia contro le accresciute probabilità di un confronto militare su larga scala, russi e cinesi si preparano per ogni eventuale scenario. Il Cremlino già nel dicembre scorso ha aggiornato la propria dottrina militare rivendicando il diritto all’uso del proprio deterrente nucleare di teatro. Pechino mostra invece di non volere cedere di un palmo nella prova di forza in atto nel Mar Cinese Meridionale. La partita mondiale tra le tre potenze pare farsi più serrata che mai e la possibilità che qualcosa sfugga al controllo aumenta considerevolmente. Soprattutto nei tre focolai di crisi più significativi: Europa orientale, Asia-Pacifico e Medio Oriente


La National Military Strategy 2015

Sebbene non vengano citate espressamente, Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese sono oggetto delle attenzioni timorose dell’establishment militare di Washington. Tale infatti sembra essere la sostanza della recente (giugno 2015) National Military Strategy rilasciata dall’ufficio del Joint Chiefs of Staffs (il Capo degli Stati Maggiori riuniti delle forze armate statunitensi), incarico attualmente ricoperto dal Generale dello US Army Martin Dempsey. Come recita il sottotitolo stesso del documento, esso rappresenta il contributo della leadership militare statunitense al più ampio sforzo nei riguardi della sicurezza nazionale. Tra i punti più significativi merita di essere citato quello relativo al timore di perdere il vantaggio strategico nelle new technologies, le quali: “When applied to military systems […] is challenging competitive advantages long held by the United States” (“Quando applicate ai sistemi militari […] rappresentano una sfida al vantaggio competitivo a lungo detenuto dagli Stati Uniti”). Pare così di capire che l’importanza di tale passaggio stia nell’ammissione, da parte degli Stati Uniti, del timor potentiae, ovvero di quella particolare sindrome che attanaglia tutte quelle potenze quando avvertono il pericolo di perdere il loro predominio egemonico (politico, economico o militare che sia). Il particolare non è di poco conto, poiché secondo autorevoli storici e studiosi tale aspetto psicologico ha rappresentato in passato (e continuerebbe a rappresentare) uno dei motivi che può spingere una potenza ad entrare (preventivamente) in guerra per evitare che tale (ipotetico) scenario si realizzi.



Un “piano Schlieffen” americano?

Gli Stati Uniti, i quali secondo il politologo Joseph S. Nye Jr. (Docente alla Harvard University) sarebbero oramai nella loro fase di hegemonic decline, non si sottrarrebbero a questa costante della storia. Lungo questa falsariga, il documento del Joint Chiefs of Staffs sarebbe la prova più evidente della volontà statunitense di mantenere e garantire, per un nuovo secolo, quella che alcuni hanno definito Pax americana. Non casualmente, sin dal 2003 Washington sta predisponendo quello che, per certi versi, potrebbe essere anche interpretato come il “piano Schlieffen” statunitense (con riferimento a quello concepito sin dal 1905 dallo Stato Maggiore imperiale tedesco per il fronte occidentale). Vale a dire la dottrina del Conventional Prompt Global Strike (CPGS), la quale, unita alla volontà di dispiegare un sistema di “difesa avanzata”, quale lo Scudo anti-missili (Missile defense system), in Europa orientale, altro non sarebbe che l’indicatore di un atteggiamento aggressivo (ovvero, potenzialmente, offensivo) nei confronti della Federazione Russa. Ampiamente dibattuto in alcuni documenti del Congresso, il CPGS prevede la distruzione, (teoricamente in un lasso di tempo non superiore ai sessanta minuti), della totalità delle forze nemiche, tramite l’uso di sole armi convenzionali montate sui vettori balistici intercontinentali che compongono la tradizionale triade nucleare: terra (ICBM), aria (heavy o strategic bombers) e mare nella loro variante SLBM (Submarine-launched ballistic missile) imbarcata su sottomarini tipo SSBN (Submersible Ship Ballistic Nuclear). Washington, così come del resto cinesi e russi, sta infatti sviluppando già da alcuni anni nuove hypersonic weapons (armi ipersoniche), ordigni convenzionali ma di precisione e capaci, almeno sulla carta, di assicurare gli stessi effetti strategici delle tradizionali testate nucleari. In sostanza si tratterebbe, per Washington, di attuare il pre-emptive first strike (primo colpo preventivo), senza però porvi accanto l’aggettivo nuclear. Gli Stati Uniti si garantirebbero così, in caso di conflitto con una grande potenza, il vantaggio morale di non avere fatto ricorso per primi al proprio arsenale nucleare. Alcuni congressisti e analisti hanno però fatto notare che nella fase di lancio il nemico potrebbe anche non distinguere se su un missile ICBM sia montata una testata convenzionale oppure nucleare. Ciò potrebbe determinare da parte della potenza oggetto di un CPGS una reazione anche di tipo nucleare, first use. Su questa sottile, ma fondamentale, differenza di significato, tra first strike (convenzionale) e first use (nucleare), si giocherebbe, per alcuni analisti, il risultato di un possibile (futuro) scontro tra Stati Uniti (e NATO) e Federazione Russa.



Il deterrente militare russo

La risposta di Mosca alle mosse di Washington non è meno complessa e significativa. Di recente Putin ha, infatti, annunciato la volontà di aumentare l’arsenale delle Forze Missilistiche Strategiche russe con quaranta nuovi ICBM. Non solo, ma in ambito militare Mosca ha reso nota l’operatività dei nuovi sistemi di difesa anti-missile S-500 “Prometheus” capaci di intercettare anche armi ipersoniche. Sul piano diplomatico, inoltre, il Cremlino non si lascia sfuggire alcuna occasione per denunciare come, a suo dire, lo Scudo anti-missile americano in Europa orientale sia rivolto contro la capacità missilistica russa, benché per Washington e per la Ue, esso sia concepito unicamente quale baluardo contro i vettori iraniani. Senza contare il piano di riarmo che nei prossimi anni interesserà la flotta sottomarina strategica, con la consegna di nuove unità SSBN classe “Borei”, oppure, per l’aviazione militare, l’entrata in produzione dei caccia di 5a generazione Sukhoi PAK FA “T-50” e, per l’esercito, del nuovo carro armato pesante da battaglia “Armata Tank”. 




Fine degli equilibri strategici

Benché scenario ipotetico, quello di un casus belli, magari inizialmente localizzato (ad esempio nel Baltico o in Transnistria), ma che in seguito sfugga al controllo delle parti in causa fino ad assumere le caratteristiche di un conflitto regionale allargato (anche ad attori esterni; ovvero Washington), oggi è più realizzabile rispetto al periodo della Guerra Fredda, la quale era tale proprio perché limitava l’iniziativa militare dei due principali avversari, Stati Uniti e Unione Sovietica, congelandola in una stasi che non aveva prodotto conflitti guerreggiati, se non per procura (come la guerra di Corea, o in Vietnam) e comunque combattuti alle periferie dei rispettivi imperi. L’esistenza, infatti, della citata triade nucleare (aria, terra e mare), soprattutto con la sua componente sottomarina (SLBM –Submarine-launched ballistic missiles), che forniva il deterrente del second strike, aveva assicurato un “equilibrio del terrore”, secondo la (vecchia) dottrina della Mutually Assured Destruction (MAD -distruzione mutua assicurata). Oggi questo quadro è stato cancellato dalla fine dei principali trattati che, a livello globale, avevano garantito la stabilità strategica tra Washington e Mosca. La denuncia, da parte statunitense, del trattato ABM (Anti-Ballistic Missiles) nel 2002 e l’uscita di Mosca dal Trattato sulle Forze Convenzionali in Europa nel marzo scorso, hanno infatti decretato l’abbandono di uno status quo militare globale che perdurava dalla fine del Secondo conflitto mondiale. Anche per tali motivi, alcuni osservatori mostrano insofferenza nel definire il nuovo confronto tra Stati Uniti e Federazione Russa come una nuova “Guerra Fredda”. Per quanto paradossale, quello cui sembra assistere oggi è un déjà vu che richiama molto da vicino i rapporti tra potenze nell’età dell’imperialismo, a cavallo tra XIX e XX secolo. Come nei decenni precedenti lo scoppio del Primo conflitto mondiale infatti, dopo il crollo del Muro (1989) e il collasso dell’impero sovietico (1991) si è assistito allo scoppio di crisi che le potenze, fino ad ora, sono riuscite a localizzare: guerre di Yugoslavia (1991-95), Kosovo (1999), Iraq (2003), Georgia (2008), Libia (2011), Siria (2013), per giungere a quelle più recenti, attualmente in corso nell’Europa orientale (Ucraina, Transnistria e area baltica), nel Mar Cinese Meridionale e in Medio Oriente (Siria, Iran e Yemen). In tutte e tre queste ultime aree si ritrova una costante geopolitica che sembra confermare i timori espressi dalla recente National Military Strategy del Pentagono, ovvero la presenza, in qualità di attore direttamente o indirettamente interessato, della Federazione Russa e, seppure in misura diversa, dal suo principale alleato nella Shanghai Cooperation Organisation (SCO), la Repubblica Popolare Cinese.


mercoledì 18 marzo 2015

Egemonia imperiale
Sessant’anni di dominio a stelle e strisce



Per certi versi, l’attuale crisi internazionale, che oppone due potenze, Stati Uniti e Federazione russa (e almeno uno dei due rispettivi blocchi di appartenenza, vale a dire la NATO), presenta alcune analogie con la situazione militare europea del 1937. In quell’anno il Cancelliere tedesco, Adolf Hitler, denunciò unilateralmente l’Accordo navale anglo-tedesco (che Londra e Berlino avevano firmato il 18 giugno 1935), palesando così al mondo l’intenzione della Germania di riacquisire una posizione di rilievo tra le potenze militari dell’epoca, sfidando l’Impero britannico sul terreno del sea power, grosso modo come aveva tentato di fare, circa trent’anni prima, il Kaiser Guglielmo II con la creazione della Hochseefloote all’interno della Marina imperiale tedesca. Nel 1937 la denuncia dell’Accordo anglo-tedesco era, di fatto, il lampo che anticipava la tempesta mondiale che avrebbe, nuovamente, sconvolto il globo due anni dopo. Nel novembre dello stesso anno, inoltre, Hitler unificò i comandi delle tre forze armate, creando l’Ober Kommando der Whermacht e convocò una riunione dei vertici militari, durante la quale rese nota ai suoi generali e ammiragli la propria intenzione di potenziare ulteriormente l’apparato bellico quale strumento di supporto alla politica di espansione, soprattutto ad Est (Lebensraum), del Terzo Reich. Oggi sappiamo di questa riunione dagli appunti presi allora da un Colonnello dell’Alto Comando e noti come “memorandum Hossbach”, dal nome dell’ufficiale che li annotò. Un parallelismo suggestivo lega la denuncia dell’Accordo navale anglo-tedesco e la decisione di unificare i comandi delle tre forze armate. Pare infatti di assistere ad un periodo storico in cui, grosso modo, mosse identiche a quelle del 1937, si stanno consumando nel campo degli equilibri strategici internazionali. Il 13 giugno 2002 il Presidente statunitense George W. Bush, denunciava il Trattato ABM (Anti-ballistic Missiles), che, similmente all’Accordo navale anglo-tedesco, si può dire avesse (avuto), tra gli altri, il merito di assicurare una sorta di status quo all’interno dei delicati equilibri militari delle due principali potenze nucleari (Stati Uniti e Unione Sovietica prima, poi Federazione russa). Sempre Bush jr., pochi anni dopo, procedeva all’unificazione di due comandi cruciali in caso di conflitto (globale): lo StratCom (Strategic Command) e lo SpaCom (Space Command).



Il riarmo tedesco (le cui radici, peraltro, erano antecedenti e prescindevano dalla presa del potere da parte del partito nazionalsocialista) non riguardava solo la Kriegsmarine (con il cosiddetto “Piano Z”), ma anche l’esercito (Heer) e l’aviazione (Luftwaffe), con armamenti a quell’epoca superiori a qualsiasi arma in uso tra le forze armate delle principali potenze. Come spiegato anche da uno dei massimi studiosi di storia militare, l’inglese Basil Liddell Hart (1895-1970), conscio di questa superiorità e fortemente preoccupato dall’ideologia nazista, il capo dei servizi segreti delle forze armate tedesche (Abwher), l’Ammiraglio Wilhelm Canaris, fece recapitare, tramite un suo agente, all’Ambasciata inglese a Stoccolma un plico contenente i piani di Berlino. I documenti vennero esaminati dagli inglesi, che però li ritennero un falso forse costruito per ingigantire le capacità offensive delle nuove forze armate tedesche in un momento in cui era chiaro che l’Europa si stesse avviando verso una nuova conflagrazione generale. Anche gli Stati Uniti però vennero a conoscenza dei progetti di riamo della Germania nazionalsocialista. A Washington, diversamente da quanto era accaduto per gli inglesi, il Presidente Franklin Delano Roosevelt rimase impressionato dai risultati della scienza bellica tedesca. Tanto che nel marzo 1939, come ricordato anche dallo storico tedesco Andreas Hillgruber (1925-1989) nella sua tesi di Dottorato, La strategia militare di Hitler (tit. orig.: Hitlers Strategie: Politik und Kriegsfuhrung, 1940-1941), gli Stati Uniti approntarono un ipotetico piano segreto di guerra contro la Germania (secondo la formula che poi sarebbe divenuta nota come “first Europe”, in seguito “first Germany”), denominato in codice “Rainbow Five” che attribuiva priorità strategica al teatro d’operazioni nell’Atlantico e in Europa (oltreché in Africa nord occidentale). Quei nuovi armamenti sarebbero poi stati noti nel corso del conflitto come le “armi segrete” del Terzo Reich (Wunderwaffen –armi miracolose). In realtà applicavano alcuni princìpi della fisica, all’epoca, da poco scoperti. Si trattava, tra gli altri, della propulsione a reazione, di missili balistici e bombardieri intercontinentali a volo sub-orbitale (come il “Silbervogel”), sottomarini oceanici e perfino velivoli discoidali sperimentali sfruttanti l’effetto cosiddetto “Coanda”, da cui l'USAF (United States Air Force) trasse ispirazione per il progetto sperimentale segreto 'Avro Canada VZ-9-AV Avrocar'. Tra questi figurava anche l’ala volante Horten, da cui, nel dopoguerra sarebbero derivati i progetti di sviluppo per il bombardiere monoala ‘Stealth B-2’. Mentre, sotto la guida di Werner von Braun (il padre delle V-1 e V-2, ovvero i primi missili balistici della storia militare), furono sviluppati i missili intercontinentali e i vettori civili che poi avrebbero consentito la realizzazione del programma spaziale della NASA. Dal Silbervogel furono inoltre tratti i princìpi fisici del “corpo portante” che negli anni sessanta furono alla base di velivoli altamente futuristici come il ‘Boeing X-20 Dyna-Soar’, concepito dalla USAF anche per usi militari offensivi.




Terminato il conflitto, gli Stati Uniti fecero incetta di questo prezioso bottino di guerra, impadronendosi dei progetti militari e perfino di alcuni importanti brevetti civili tedeschi. Un’Europa distrutta dalla guerra consentì agli Stati Uniti di avere anche dominio economico e industriale, suffragato dal predominio finanziario deciso a Bretton Woods nel 1944. Per dirla in breve, gli Stati Uniti, secondo alcuni commentatori , avrebbero “vissuto di rendita” per sessant’anni, al pari di un impero cui dovessero essere versati tributi di natura militare ed economica, oltreché finanziaria. Ora questa rendita sembra stia per esaurirsi o intaccarsi quasi del tutto. E’ ad esempio la tesi sostenuta, tra gli altri, da Immanuel Wallerstein (Senior research scholar alla Yale University) nel suo breve studio intitolato: Il declino dell’impero americano (con un sottotitolo significativo: Il potere degli USA nel mondo è destinato a ridursi. Se Washington cercherà di impedirlo sarà peggio) L’espandersi della bolla finanziaria dei Derivati, cosiddetti “tossici”, (60 volte il PIL mondiale) e il tetto del Debito Pubblico federale sono un pugnale puntato alla gola di Washington, prima ancora che a quella dell’intera economia mondiale. Questo pugnale (almeno per quanto riguarda il Debito Pubblico) è impugnato dalla Repubblica Popolare Cinese (ovvero dal Partito Comunista Cinese fondato da Mao-Zedong), primo detentore, dopo il Giappone, del Debito a stelle e strisce. Anche sul fronte della supremazia militare qualcosa sembra scricchiolare tra le colonne che reggono l’impero americano. Nel marzo 2012 l’allora ministro della Difesa russo, Anatoli Serdjukov, aveva affermato: “Lo sviluppo di armamenti basati sui nuovi princìpi della fisica, armi ad energia diretta, armi geofisiche, armi a onde di energia, armi genetiche, armi psicotroniche etc., fa parte del programma di approvvigionamento delle armi di Stato per gli anni 2011-2020”. Era il segnale che il tempo della rendita, in fatto di superiorità militare, per gli Stati Uniti sta forse terminando. Per evitare il declassamento militare, la bancarotta finanziaria e quindi il caos economico e politico-sociale che potrebbero derivare, gli Stati Uniti forse potrebbero anche (auto)convincersi che la soluzione migliore sia fare ciò che fece Roosevelt nel 1939: trascinare l’America in un confronto (anche militare) con le principali potenze rivali: Russia e Cina, innescando un (nuovo) conflitto globale, combattuto, come i precedenti, prevalentemente in Europa. Solo così gli Stati Uniti potranno sopravvivere a sé stessi, come potenza egemone per un nuovo secolo americano? Ai posteri l’ardua sentenza. Sta di fatto che a dieci anni dalla fine della Guerra Fredda uscì (nel 1999) la “Bibbia” della geopolitica statunitense: The Grand Chessboard, del (maggiore) politologo e stratega dell’establishment statunitense, Zbignew Brzezinski, il quale aveva un sottotitolo altrettanto significativo, quanto quello dell’opera di Wallerstein prima citata: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives, ovvero “la supremazia americana e i suoi imperativi geostrategici”. La “grande scacchiera” esplicitamente indicata nelle pagine dell’opera da Brzezkinski altro non è che l’Eurasia. Mentre l’obiettivo degli Stati Uniti dovrebbe essere quello di garantire un nuovo secolo americano attraverso il controllo delle sue propaggini estremo-occidentali (l’Europa occidentale, soprattutto per mezzo dell’alleanza militare del Trattato del Nord Atlantico) ed estremo-orientali (l’Asia-Pacifico, ovvero la Cina). Peraltro, il dibattito sulla (possibile) fine della Pax americana, così come l’abbiamo conosciuta dalla fine della Seconda guerra mondiale, è tutt’altro che un mero esercizio retorico. Ad esempio, esso rimbalza infatti, di tanto in tanto, seppure in sordina, già da alcuni anni, sulle pagine della prestigiosa rivista del CFR (Council on Foreign Affairs), “Foreing Affairs”.

martedì 10 febbraio 2015


Washington vuole una guerra con la Russia?



L’escalation degli ultimi giorni in Ucraina orientale, dove a Donetsk, mercoledì 4 febbraio scorso, tiri d'artiglieria hanno colpito un ospedale civile provocando vittime, lascia presagire l’apertura di nuovi e più gravi scenari bellici nell’Europa sud-orientale. Intanto, sull’altra sponda dell’Atlantico si è aperto un dibattito riguardante l’opportunità di fornire al governo di Kiev materiale e perfino personale militare come ulteriore sostegno alle operazioni delle forze armate ucraine nelle regioni separatiste filo-russe. Secondo una recente disposizione il Presidente Obama è autorizzato infatti, qualora lo ritenesse necessario, a rifornire l'Ucraina di armi e reparti militari. Alcune unità dello US Army dispiegate in Italia erano già partite, nel settembre scorso, alla volta dell’Ucraina. Si trattava della 173^ Brigata aerotrasportata di stanza a “Camp Ederle” (Vicenza), inviata in Ucraina nell’ambito dell’esercitazione militare denominata “Rapid trident”. A partire dalla prossima primavera (marzo 2015) questi soldati statunitensi saranno, di nuovo, attivamente impegnati nel fornire addestramento militare alle forze ucraine. Gli Stati Uniti, il 19 gennaio scorso, hanno fornito anche mezzi blindati, nello specifico il nuovo “Kozac” prodotto dalla italiana IVECO. Lo aveva reso noto un comunicato dell’Ambasciata degli Stati Uniti in Ucraina il 20 gennaio. L’aumento della presenza militare, sia forze statunitensi che unità NATO, in Europa orientale, ovvero a ridosso dei confini russi, è una costante almeno a datare dall’ultimo Summit dell’Alleanza Atlantica tenuto in Galles nel settembre scorso. Ancora prima Washington aveva deciso l’invio dalla Germania di unità corazzate da combattimento M1 Abrams. Anche l’Italia aveva autorizzato l’invio di circa un centinaio di paracadutisti della Brigata “Folgore” (esattamente il 187° Reggimento) da impiegare nell’esercitazione “Steadfast Javelin II” a tutela dei Paesi baltici, nell’ambito del programma NATO “Rapid Responce Force”. Così, il 3 settembre scorso, riportava la notizia il quotidiano “Il Tempo.it”: “La NATO pronta alla guerra con la Russia. Per testare la capacità di mettere in campo in 48 ore la forza d’urto in grado di rispondere a un’eventuale aggressione”. Il nostro Paese partecipa silenziosamente alle operazioni NATO contro i separatisti ucraini e l'intelligence russa anche con l'unità SIGINT (Signal Intelligence) della Marina Militare "Elettra", specializzata nell'electronic warfare, che nel giugno scorso aveva passato gli Stretti dei Dardanelli entrando nelle acque del Mar Nero. Alcuni commentatori inoltre hanno sostenuto che anche i due caccia-bombardieri Tornado decollati dalla base di Ghedi e precipitati l'agosto scorso nei cieli dell'Italia centrale stessero in realtà effettuando un'esercitazione che avrebbe simulato un combattimento contro un Paese dotato di contromisure elettroniche in uno scenario di crisi localizzata nell'Europa orientale (i due velivoli rientrano nella categoria di aerei NATO autorizzati, secondo la dottrina cosiddetta della "doppia chiave" o "condivisione nucleare", ad essere armati con bombe tattiche a caduta libera B-61; proprio a Ghedi infatti sarebbero, ufficiosamente, stoccate 50 delle 90 bombe nucleari, tattiche, presenti in Italia). 

[foto: US Embassy in Ukraine]


Gli Stati Uniti, Paese leader dell’Alleanza Atlantica, sembrano dunque cercare la soluzione militare piuttosto che la mediazione. A suffragio di tale interpretazione già lo scorso 4 dicembre (2014) la Camera dei Rappresentanti (House of Representatives) del Congresso degli Stati Uniti aveva votato la ‘Risoluzione 758’ concernente l’Ucraina e la Russia, intitolata Strongly condeming the actions of the Russian Federation, under President Vladimir Putin, which has carried out a policy of aggression against neighboring countries aimed at political and economic nomination, presentata dal deputato Repubblicano Adam Kinzinger il 18 novembre. Il testo aveva ottenuto 411 voti favorevoli e 10 contrari, raccogliendo il consenso trasversale di molti Rappresentanti Repubblicani e Democratici.

Ecco cosa afferma nei suoi contenuti principali:

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I. Considerato che la Federazione Russa ha sottoposto l’Ucraina a una campagna di aggressione politica, economica e militare con l’intento di stabilire il suo dominio sopra il Paese ed erodere progressivamente la sua indipendenza;

II. Ritenuto che l’invasione da parte della Federazione Russa e le operazioni militari sul territorio dell’Ucraina rappresentano una grossa violazione della sovranità ucraina, della sua indipendenza e della sua integrità territoriale oltre che una violazione del diritto internazionale, inclusi gli obblighi della Federazione Russa verso la Carta delle Nazioni Unite;

III. Considerato che la Federazione Russa ha, sin dal febbraio 2014, violato ognuno dei 10 principi degli Accordi di Helskinki del 1975 nelle sue relazioni con l’Ucraina;

IV. Considerato che l’occupazione militare e l’illegale annessione della Crimea da parte della Federazione Russa e il suo continuo supporto ai separatisti e alle forze paramilitari in Ucraina orientale costituiscono violazioni dei suoi impegni riguardo al Memorandum di Budapest sulle garanzie per la sicurezza del 1994 nel quale si impegna a rispettare l’indipendenza e la sovranità dei confini esistenti dell’Ucraina e a rinunciare alla minaccia o all’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’Ucraina;

V. Considerato che la Federazione Russa ha fornito equipaggiamento militare, addestramento e altra assistenza alle forze separatiste e paramilitari in Ucraina orientale, che sono responsabili di oltre 4.000 vittime civili, di centinaia o migliaia di rifugiati civili e vaste devastazioni;

[…]

VIII. Considerato che i termini del cessate il fuoco specificati nel Protocollo di Minsk, che furono firmati il 5 settembre 2014, da rappresentanti del Governo ucraino, della Federazione russa e dai capi del separatisti russi  delle regioni orientali dell’Ucraina sono stati ripetutamente violati dalla Federazione russa e dalla forze separatiste da essa sostenute;

[…]

X. Considerato che il 2 novembre 2914 le forze separatiste nell’Ucraina orientale hanno tenuto elezioni fraudolente e illegali  nelle aree da essi controllate con il supposto intento di scegliere i leaders delle entità politiche locali illegittime da essi create;

[…]

XIII. Considerato che il volo Malaysia Airlines 17, una linea aerea civile, è stato distrutto da un missile lanciato dalla forze separatiste filo russe dell’Ucraina orientale, causando la perdita di 298 vite innocenti;

XIV. Considerato che la Federazione Russa continua a sostenere la stragrande maggioranza di acquisti di armi, che includono  sistemi missilistici anti-aerei e altre armi letali, per il regime di Bashar Assad in Siria, uno Stato sponsor del terrorismo che è attivamente dietro Hezbollah, un sofisticato gruppo terroristico ostile agli Stati Uniti e ai suoi più stretti alleati;

[…]

XVI. Considerato che la Federazione Russa ha usato e continua ad usare misure economiche coercitive, inclusa la manipolazione delle tariffe e delle forniture energetiche, per creare pressioni economiche e politiche in Ucraina;

XVII. Considerato che la Francia nel 2011 concordò la vendita alla Federazione russa di due navi d’assalto anfibio classe Mistral per 1,7 miliardi di $;

[…]

XXI. Considerato che la Federazione Russa ha invaso la Repubblica di Georgia nell’agosto 2008, continua a mantenere forze militari nelle regioni dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, e continua ad incrementare misure volte a integrare progressivamente queste regioni nella Federazione russa, inclusa la firma di un “trattato” tra la Regione georgiana dell’Abkhazia e la Federazione russa il 24 novembre 2014;

[…]

XXIII. Considerato che la Federazione Russa continua a mantenere forze militari nella regione moldava della Transnistria in espressa violazione della volontà del Governo della Moldavia e dei suoi impegni verso l’Organizzazione per la Sicurezza e la Co-operazione in Europa (OSCE);

[…]

XXV. Considerato che la Federazione Russa continua a sottoporre la Moldavia a intimidazioni politiche e militari, coercizioni economiche e altre forme forme di aggressione con l’obiettivo stabilire il suo controllo sul Paese e prevenire gli sforzi della Moldavia volti a stabilire più strette relazioni con l’Unione europea e gli Stati Uniti;

XXVI. Considerato che la Federazione Russa acconsentì a rispettare l’obbligo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche verso il Trattato sulle Forze Nucleari a Medio raggio (INF) in una dichiarazione sottoscritta a Bishkek, in Kirghizistan, nell’ottobre 1992;

XXVII. Considerato che rispetto ai termini del Trattato INF, un test o lo sviluppo di ogni arma balistica bandita dall’INF da parte della Federazione russa costituisce in termini militari una significativa violazione del Trattato INF;

XXVIII. Considerato che il 2 aprile 2014 il Comandante del Comando per gli Stati Uniti e l’Europa e Supremo Comandante Alleato in Europa, Generale Breedlove, ha affermato che “Una capacità armata che violi il Trattato INF e venga introdotta nella maggior parte della massa continentale dell’Europa è assolutamente una questione che dovrà essere affrontata * * *. Non vorrei sentenziare come l’Alleanza sceglierà di reagire, ma direi che dovranno considerare cosa fare al riguardo * * *. Non può restare senza risposta”;

XXIV. Considerato che il 29 luglio 2014, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha rilasciato il suo rapporto sull’Adesione e il Rispetto  sugli Accordi e gli obblighi sul controllo, la non proliferazione e il disarmo degli armamenti come richiesto dalla Sezione 403  dell’Arms Control and Disarmament Act, per l’anno 2013, il quale ha rilevato che: “gli Stati Uniti hanno determinato che la Federazione russa è in violazione dei suoi obblighi relativi al Trattato INF circa il non possesso, produzione o test di missili da crociera per lancio da terra (GLCM) con una gittata tra i 500 km e i 5,500 km, o il possesso o produzione di missili simili”;

XXX. Considerate anche i timori esistenti riguardanti un nuovo missile balistico, l’RS-26, il quale, secondo i rapporti, è stato testato in diverse occasioni su diverse distanza e con diverse configurazioni […];

XXXI. Considerato che la Federazione Russa ha richiesto l’approvazione di nuovi sensori e nuovi velivoli per il sorvolo degli Stati Uniti e dell’Europa come parte del Trattato sui Cieli Aperti, e gravi preoccupazioni sono state espresse per quanto riguarda gli impatti sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti se tale approvazione venisse data;

XXXII. Considerato che l’11 novembre 2014 il Comandante in Europa per gli Stati Uniti e Supremo Comandante Alleato in Europa, Generale Breedlove, ha affermato che “le capacità nucleari” delle forze russe stanno per essere dispiegate nella penisola della Crimea;

[…]

XXXIV. Considerato che l’aggressione politica, militare ed economica contro l’Ucraina e altri Paesi da parte della Federazione russa sottolinea la perdurante importanza dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) come pietra angolare della difesa collettiva Euro-Atlantica;

XXXV. Considerato che gli Stati Uniti riaffermano i loro obblighi rispetto al Trattato Nord Atlantico, specialmente l’Articolo 5 che stabilisce come “un attacco armato contro uno o più” firmatari del Trattato “sarà considerato un attacco contro tutte le parti”;

XXXVI. Considerato che la Federazione russa sta continuando ad usare le sue forniture energetiche come strumento di coercizione politica ed economica contro Ucraina, Georgia, Moldavia e altri Paesi europei;

[…]

XLI. Considerato che Voice of America e Radio Free Europe/Radio Liberty (RFE/RL), continuano a rappresentare una quota minoritaria di mercato in Ucraina e in altri Stati della regione con cospicue popolazioni di etnia e lingua russa che costantemente ottengono le loro informazioni locali e internazionali da media sponsorizzati dallo Stato russo;

[…]

XLIII. Considerato che Vladimir Putin ha progressivamente stabilito un regime autoritario nella Federazione Russa attraverso elezioni fraudolente, la persecuzione e l’arresto di oppositori politici, l’eliminazione di media indipendenti, il controllo di settori chiave dell’economia e la legittimazione di sostenitori che arricchiscono sé stessi attraverso la corruzione diffusa e l’attuazione di una campagna di propaganda stridente per giustificare l’aggressione russa contro altri Paesi e la repressione in Russia, tra le altre azioni: dunque,

si stabilisca, che la Camera dei Rappresentanti

[…]

(2) afferma il diritto dell’Ucraina, della Georgia e della Moldavia e di tutte le Nazioni di esercitare i loro diritti sovrani entro i loro confini internazionalmente riconosciuti libere da ogni ingerenza esterna e di condurre la loro politica estera conformemente con il perseguimento dei migliori interessi dei loro popoli;

(3) condanna la continua aggressione politica, economica e militare della Federazione Russa contro l’Ucraina, la Georgia e la Moldavia e la continua violazione della loro sovranità, indipendenza e integrità territoriale;

(4) stabilisce che l’intervento militare della Federazione Russa in Ucraina

(A) è in violazione di ognuno dei 10 principi degli Accordi di Helsinki del 1975;
(B) è in chiara violazione del Memorandum di Budapest sulle Garanzie per la Sicurezza del 1994 nel quale si vincola al rispetto dell’indipendenza, sovranità ed esistenza dei confini dell’Ucraina e all’astensione dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’Ucraina; e
(C) costituisce una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale;

(5) richiama la Federazione Russa a recedere dalla propria annessione illegale della Crimea, a terminare il suo sostegno alla forze separatiste in Crimea, e a rimuovere dalla regione le sue forze militari che operino diversamente da quanto previsto dall’Accordo sullo Status e le Condizioni dello stazionamento della Flotta del Mar Nero sul territorio dell’Ucraina del 1997;

[…]

(7) chiede alla Federazione Russa di rimuovere le sue forze e forniture militari dai territori dell’Ucraina, della Georgia e della Moldavia, e porre fine al proprio appoggio politico, militare ed economico alle forze separatiste;

(8) invita la Federazione Russa e le forze separatiste che essa supporta e controlla in Ucraina a porre fine alle loro violazioni del cessate il fuoco annunciato a Minsk il 5 settembre 2014;

[…]

(12) invita gli alleati del Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico e gli amici degli Stati Uniti in Europa e le altre Nazioni nel mondo a sospendere ogni cooperazione militare con la Russia, includendo la proibizione della vendita al governo russo di equipaggiamento militare letale o non letale;

(13) riafferma gli obblighi degli Stati Uniti nei confronti degli impegni sottoscritti nel Trattato Nord Atlantico, specialmente l’Articolo 5, e invita tutti gli Stati membri dell’Alleanza a garantire l’intera loro quota di forniture necessaria a garantire la loro difesa collettiva;

(14) sollecita il Presidente, di concerto con il Congresso, a condurre un esame della condizione, della prontezza e delle capacità delle forze armate degli Stati Uniti e degli altri membri della NATO per stabilire se gli apporti e le azioni di ognuno siano sufficienti a soddisfare gli obblighi di auto difesa collettiva contemplati dall’Articolo 5 del Trattato Nord Atlantico e a specificare le misure necessarie per ovviare ad ogni mancanza;

(15) saluta con favore la decisione della Francia di sospendere in definitivamente la consegna delle navi da guerra classe “Mistral” alla Federazione Russa e sollecita gli Stati Uniti, la Francia e la NATO, e altri partners ad impegnarsi in consultazioni e prendere in considerazione tutte le alternative d’acquisto per tali navi da guerra che non includano il trasferimento di tali navi alla Federazione Russa;

(16) sollecita il Presidente a indicare pubblicamente la Federazione russa come responsabile delle violazioni verso i suoi obblighi relativi al ‘Trattato sulle Forze Nucleari a medio raggio’ (INF) e ad agire per riportare la Federazione Russa al pieno rispetto del Trattato;

(17) sollecita il Presidente a collaborare con gli asiatici e gli europei e altri alleati per lo sviluppo di una strategia comune per assicurare che la Federazione Russa non sia in grado di acquisire ogni beneficio che possa derivare dallo sviluppo di sistemi militari che violino il Trattato INF;

(18) ritiene che lo spiegamento da parte della Federazione russe delle proprie armi nucleari sul territorio ucraino [Crimea, NdR] potrebbe costituire una mossa provocatoria e destabilizzante;

(19) invita l’Ucraina e gli altri Paesi a sostenere iniziative di diversificazione energetica per ridurre la capacità della Federazione Russa di usare le proprie esportazioni energetiche come strumento di pressione economica o politica, promuovendo anche l’efficienza energetica e a invertire i flussi di gas naturale dall’Europa occidentale, invita anche gli Stati Uniti a promuovere l’incremento dell’esportazione di gas naturale e l’efficienza energetica;

(20) invita il Presidente e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti a sviluppare una strategia per il coordinamento multilaterale al fine di produrre o comunque procurare e fornire notizie e informazioni in lingua russa ai Paesi con significative popolazioni di lingua russa che massimizzi l’utilizzo delle piattaforme esistenti per la distribuzione di contenuti così come ‘Voice of America’ e ‘Radio Free Europe/Radio Liberty (RFE/RL) Incorporated’ sfruttano le collaborazioni locali tra pubblico e privato per la produzione di contenuti e ricercano contributi dai governi degli Stati regionali;

[…]

(22) invita la Federazione Russa a cessare il suo sostegno al regime di Assad in Siria;

[…]

(24) invita la Federazione Russa a ricercare una mutua relazione amichevole con gli Stati Uniti che si basi sul rispetto per l’indipendenza e la sovranità di tutti Paesi e il loro diritto a scegliere liberamente il proprio futuro, incluse le loro relazioni con altre Nazioni e organizzazioni internazionali, senza interferenza, intimidazione, o coercizione da parte di altri Stati;

[…] >>

[traduzione dal testo ufficiale in inglese a cura di Roberto Motta Sosa]


*      *      *







Il richiamo agli Accordi di Helsinki è significativo. Esso pone sul tavolo del contendere la rottura degli equilibri cosiddetti “di Yalta” i quali rappresentarono lo status quo de facto che si palesò soprattutto a partire dalla crisi di Suez (1956), quando Stati Uniti e Unione Sovietica spensero definitivamente ogni velleità di potenza nutrite, ancora, da inglesi e francesi. Gli accordi di Bretton Woods (1944), sottoscritti anche dall’URSS, avevano già rappresentato il completamento economico-finanziario, ovvero monetario, dell’assetto post bellico. In questo senso, gli anni Settanta del XX secolo hanno rappresentato uno spartiacque: con gli accordi raggiunti a Helsinki veniva confermato lo status quo geopolitico fissando de jure i confini della sfera d’influenza sovietica conquistata da Stalin dopo il 1945 e inclusa nel “Patto di Varsavia”. Ma con la dichiarazione del Presidente statunitense Richard Nixon relativa alla fine della convertibilità Dollaro/oro cambiava il sistema di pesi e contrappesi finanziari e monetari internazionali. Gli ultimi sviluppi della crisi russo-ucraina, con il pericolo di escalation militare, e con l’applicazione di sanzioni finanziarie volte a colpire gli equilibri monetari russi rischiano di cancellare definitivamente le architravi degli equilibri strategici che fino ad oggi hanno, pur tra alti e bassi, garantito la pace in Europa e la sicurezza globale. Non è un caso che la Risoluzione della Camera dei Rappresentanti di Washington accusi Mosca di avere violato il Trattato INF, uno dei quattro trattati strategici che tra l’ultima fase della Guerra Fredda e gli anni Novanta del secolo scorso avevano assicurato lo status quo militare.

Inoltre, la decisione della NATO, annunciata dal suo Segretario Generale, Jens Stoltenberg, il 5 febbraio scorso, di rendere operativa la “Rapid Responce Force” di 5.000 uomini dell’Alleanza pronta ad essere dispiegata in Ucraina, in caso di necessità, entro 48 ore, allarma Mosca, dove già da diversi anni, all’interno di alcuni ambienti politici e militari, si sta facendo sempre più strada l’idea che la NATO e gli Stati Uniti vogliano stringere la morsa al collare dell’orso russo, forse in attesa di un regime-change, come già successo in altri Paesi dell’Europa orientale tra la fine degli anni Novanta e il Duemila sull’onda delle cosiddette “rivoluzione colorate”. Soprattutto se si considera che questi 5.000 potrebbero, su richiesta, essere portati a 30.000, costituendo in sostanza una piccola armata pronta per essere usata lungo l’arco di crisi che attualmente corre dal Baltico al Mar Nero, ovvero quell’area geopolitica che molti storici hanno identificato come la “linea delle guerre mondiali” (1914-1918 e 1939-1945). Del resto basta guardare una qualsiasi mappa e subito balza all’occhio come negli ultimi dodici mesi la NATO abbia concentrato nell’Europa orientale un numero cospicuo di forze militari, terrestri, aeree e navali, pronte al combattimento. La Risoluzione peraltro, come si è potuto leggere, non riguarda unicamente la crisi ucraina, ma anche le varie situazioni in Siria, Georgia e Moldavia, ovvero buona parte dello spettro della foreign policy russa. Non solo. La Camera bassa del Congresso sembra lanciare avvertimenti anche agli alleati (si pensi alla Francia che ha sospeso la vendita delle navi da guerra classe “Mistral” alla Russia). Senza dimenticare il richiamo alla propaganda di Radio Free Europe/Radio Liberty, noto network creato durante la Guerra Fredda (anche) dalla CIA come strumento di propaganda war contro l’ex blocco sovietico.
A rimarcare come l’attuale crisi ucraina rappresenti il più delicato banco di prova per l’Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale sono state, tra le altre, tre voci autorevoli: Edward Lucas, Yuri Shcherbak e Lucio Caracciolo.
Lucas, sulle pagine del “Daily Mail”, nell’aprile scorso, aveva scritto come, per quanto egli sperasse di avere torto, ciò nonostante: “historians may look back and say this was the start fo World War III” (“gli storici potendo guardare indietro potranno dire che questa fu l’inizio della Terza guerra mondiale”). Il 30 dicembre l’ex Ambasciatore ucraino a Washington, Shcherbak, ripreso da “Global Research”, aveva affermato apertamente che la crisi russo-ucraina è: “A Prelude to World War III” (“il preludio alla Terza guerra mondiale”). Il direttore di LIMES, Caracciolo, commentando il vertice trilaterale, tra la Cancelliera tedesca Angela Merkel, il Presidente francese Francois Hollande e il Presidente russo Vladimir Putin, tenutosi al Cremlino il 6 febbraio scorso, ha scritto che: “La guerra in Ucraina è la crisi più pericolosa vissuta in Europa dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Ci sono certo stati conflitti più sanguinosi, come quelli balcanici negli anni Novanta, ma nessuno ha mai pensato che potessero provocare uno scontro globale”. Anche Bernard Guetta, il 4 febbraio, chiedendosi quanto fosse utile armare l’Ucraina, rispondeva ammonendo che: “Dalla consegna di armi l’occidente potrebbe passare all’invio di tecnici per illustrarne il funzionamento, e alla fine Europa e Stati Uniti potrebbero addirittura ritrovarsi in guerra contro la Russia, riproponendo un effetto domino di cui è piena la storia”.

[fonte: LIMES -Rivista italiana di geopolitica]


Se diplomatici e intellettuali mostrano cautela temendo i rischi di un’escalation, diversamente, i vertici militari della NATO non paventano di minacciare apertamente l’uso della forza. Il SACEUR (Supreme Allied Commander in Europe) NATO, Generale Philip Breedlove, ha infatti dichiarato che l’Alleanza Atlantica non dovrebbe precludersi “la possibilità dell’opzione militare”. Alla voce di Breedlove si è unita quella del comandante dello US Army in Europa, Generale Frederick Hodges, che dalle pagine del “Wall Street Journal” ha esposto la sua visione strategica rispetto ai (presunti) piani militari della Russia. Per Hodges i russi avrebbero messo in preventivo lo scoppio di una guerra (su scala regionale in Europa?) entro cinque o sei anni e Putin si starebbe preparando a questo scenario. Secondo altri analisti Putin valuterebbe anche la possibilità di potere scardinare la NATO attraverso un sottile gioco fatto di ricatti psicologici che contemplano minacce militari (forse anche nucleari) verso i Paesi baltici. Al di là delle varie teorie prodotte dagli osservatori occidentali rimane un dato di fatto: per ora gli Stati Uniti, anche se fanno la voce grossa, non hanno alcuna intenzione di premere (almeno per primi) il grilletto. Preferiscono infatti mantenere una posizione attendista, nella speranza che la guerra civile in Ucraina si trasformi in una guerra di logoramento per Putin e il suo entourage. L’obiettivo di questa strategia di lungo periodo sarebbe quello del regime change. Quanto questo possa essere uno scenario realizzabile resta da vedere. Washington aveva tentato la stessa mossa con l’Iran, salvo poi ricredersi e venire a patti con Teheran sul programma nucleare, tenendo perfino a bada l’alleato israeliano che in più occasioni mordeva il freno per dare una lezione al regime sciita.
In ogni caso il pensiero di Putin si conoscerà soltanto domani al vertice convocato in Bielorussia, a Minsk, anche se indiscrezioni delle ultime ore danno per incerto il suo effettivo svolgimento. Tra le altre, Kiev avrebbe infatti posto sul tavolo delle trattative una condizione che Mosca ha già fatto capire di non volere e potere concedere, ovvero la possibilità che l'Ucraina entri a far parte della NATO (il presidente ucraino Poroshenko aveva affermato nei mesi scorsi che è sua intenzione indire un referendum per l'ingresso del suo Paese nell'Alleanza Atlantica). Del resto quello in programma domani è l’ennesimo vertice da quando è scoppiata la crisi ucraina. Forse non siamo nell’agosto 1939 come ha espressamente dichiarato l’ex Comandante militare della NATO, Wesley Clark, ma (quasi) certamente siamo nel 1938.