"Imperare sibi maximum imperium est"

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venerdì 28 febbraio 2014




Venti di guerra in Europa: Putin mobilita le Forze Armate

  
[pubblicato  su "Milano Post", giovedì 27 febbraio]
 
Dopo la caduta violenta del Presidente legittimo ucraino Vitkor Yanukovich le tensioni in Ucraina non paiono destinate a cessare. Come riferito dall’agenzia di stampa russa Interfax, ripresa dalla Reuters, dalle 14,00 di ieri pomeriggio, (le 11,00 ora italiana), le forze del distretto militare occidentale della Federazione Russa sono in stato di allerta. Il Presidente Putin ha infatti ordinato un’esercitazione d’urgenza che comprende due dei quattro Distretti militari in cui è suddivisa la Russia, ovvero i Distretti Occidentale e Centrale. Lo scarno comunicato rilasciato dal ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, afferma che “in conformità a un ordine del presidente della Federazione Russa, le forze del distretto militare occidentale sono state messe in allerta alle 14 di oggi [ieri, mercoledì 26 febbraio, ndr]”. Sempre nella giornata di ieri a Simferopoli migliaia di manifestanti filo ucraini avevano invaso il parlamento regionale della Repubblica Autonoma di Crimea abitata in maggioranza da popolazione russofona. La folla, dopo avere travolto le forze di polizia schierate a protezione del parlamento, aveva fatto irruzione nell’edificio. I manifestanti erano appartenenti alla minoranza tatara e secondo le fonti di agenzia protestavano contro la riluttanza delle autorità locali nel riconoscere la nuova compagine governativa instauratasi a Kiev dopo le dimissioni di Viktor Yanukovich. Da alcuni giorni sui principali edifici pubblici della Crimea, secondo quanto riportato dai media, la popolazione di origine russa avrebbe issato la bandiera di Mosca sostituendola a quella ucraina. L’emergere del nazionalismo ucraino, alimentato da alcuni dei partiti di estrema destra che hanno guidato le manifestazioni di piazza dei giorni scorsi, ha suscitato sentimenti anti russi che rischiano di ripercuotersi sulla minoranza russa che abita la Crimea. La Russia non sta a guardare, tanto che nei giorni scorsi erano giunte notizie riguardanti l’arruolamento di volontari russofoni a Semferopoli (capitale della Repubblica Autonoma di Crimea) e perfino di cittadini russi a Mosca. I mass media riportavano anche movimenti di blindati russi a Sebastopoli. Alcuni commentatori ritengono che qualora la Crimea annunci la secessione da Kiev Mosca potrebbe intervenire in sua difesa come fece durante la guerra russo-georgiana nel 2008 quando le divisioni corazzate russe protessero l’Ossezia del Sud, regione russofona facente parte della Georgia. Fino a ieri il ministro russo degli Esteri Serghei Lavrov ha voluto smorzare ogni possibile tensione affermando che la Russia non intende interferire negli affari interni dell’Ucraina. Giungeva anche la notizia che la Crimea non intendesse proclamare la secessione. Tuttavia che qualcosa a Mosca si stesse movendo lo si era percepito martedì scorso (25 febbraio) quando il Presidente Putin convocava una riunione “al vertice” con i titolari dei Ministeri degli Esteri, della Difesa, degli Interni, i Presidenti della Duma (Parlamento federale), il Primo Ministro Dmitri Medvedev  e i direttori dei servizi d’intelligence (spionaggio e controspionaggio). Al termine dell’incontro Medvedev aveva rilasciato una dichiarazione spiegando come si ponessero sostanziali problemi di legittimazione per quanto riguarda la nuova leadership ucraina. Il Cremlino ha inoltre fatto sapere di avere sospeso il versamento di una nuova tranche di aiuti finanziari che erano stati concessi all’ex Presidente Yanukovich dopo che questi si era rifiutato di firmare l’accordo di associazione alla UE. Si è affermato anche che Mosca possa decidere di rivedere gli accordi sul prezzo del gas, che era stato sensibilmente ridotto e che tuttavia deve essere confermato ogni tre mesi. La notizia più eclatante è però quella relativa alle indiscrezioni circa l’intenzione attribuita a Putin di volere concedere il passaporto russo a tutti gli abitanti russofoni della Crimea. Questo gesto, se realizzato, potrebbe costituire il motivo per un intervento di Mosca a difesa della Crimea qualora Kiev ne minacciasse la popolazione provocando scontri etnici, ovvero se quella parte di Ucraina dovesse alla fine decidere per la secessione e autoproclamarsi indipendente. Per gli analisti l’eventuale intervento (militare) russo potrebbe quindi seguire il modello già adottato nel 2008 in Georgia. Anzi, sarebbe perfino agevolato, disponendo Mosca di forze già in loco, in particolare nella base di Sebastopoli, sede della sua Flotta del Mar Nero. A Sebastopoli infatti non sono dislocate solo unità navali, tra cui l’incrociatore lanciamissili Moskva, ma anche unità di fanteria di marina. In particolare l’810° Reggimento di Fanteria di Marina composto da circa 1.000 uomini e dotato di veicoli blindati tipo BTR-80 e BMP. Proprio in Crimea, a Yalta, nel 1945 le potenze vincitrici del Secondo conflitto mondiale siglarono gli accordi che hanno assicurato l’equilibrio mondiale per più di cinquant’anni, determinando le reciproche sfere d’influenza di Stati Uniti e Unione Sovietica. Oggi per un paradosso della storia questi equilibri paiono essere messi pericolosamente in discussione proprio là dove erano stati concordati. Mosca considera infatti l’Ucraina come uno Stato satellite, vincolato alla Russia da questioni geopolitiche, economico-finanziarie e non ultime militari. Dal canto loro UE e Stati Uniti (ovvero la NATO) vorrebbero strappare Kiev all’abbraccio di Mosca e portare l’Ucraina nella loro sfera d’influenza. Questo è però un gioco pericoloso perché rischia di mettere in discussione uno status quo che i russi considerano come un dato di fatto acquisito. Fino ad oggi la “guerra” degli equilibri ucraini è rimasta limitata alla sola sfera politica. I vari balletti elettorali con i quali negli ultimi anni si è assistito all’alternarsi di leadership filo occidentali (Yulia Timoshenko) a leadership filo russe (Yanukovich) sono stati infatti dettati in ultima analisi dalla volontà, ora di Mosca, ora dell’occidente, di avere un governo amico alla guida dell’Ucraina. Fino ad oggi. Perché con la rivolta dei giorni scorsi che, di fatto, ha spodestato con la forza un presidente come Yanukovich, che per quanto criticabile era pur sempre legittimo, il campo d’azione si è (pericolosamente) spostato verso l’uso della forza. Ecco perché ora la crisi ucraina è entrata in una fase molto delicata in cui un minimo errore da parte di uno dei due principali grandi contendenti (Stati Uniti e Russia) rischia di portare ad una situazione in cui potrebbero essere le armi, e non più la politica, il principale strumento di risoluzione. Molto dipende dalla ventilata secessione della Repubblica Autonoma di Crimea. In passato alcuni, noi compresi, avevano scritto anche dell’ipotesi che l’intera parte orientale russofona dell’Ucraina potesse staccarsi da Kiev. Vi è tuttavia una differenza sostanziale rispetto allo scenario di oggi. Allora la secessione era vista come un’ipotesi per scongiurare una guerra civile. Ora questa possibilità potrebbe invece essere il detonatore di un sanguinoso bagno di sangue, che con molta probabilità non lascerebbe indifferenti la NATO  e la Russia, innescando una nuova guerra in Europa.



Roberto Motta Sosa

giovedì 27 febbraio 2014



La NATO e il nodo ucraino

Mercoledì (26 febbraio) con una decisione improvvisa il Presidente russo Putin ha ordinato una vasta esercitazione nei Distretti Militari Occidentale e Centrale della Federazione Russa. Secondo l’ordine diramato da Putin in qualità di Comandante Supremo delle Forze Armate russe lo stato d’allerta durerà fino al 3 marzo. Nello stesso giorno si è svolta a Bruxelles la riunione dei ministri della Difesa della NATO durante la quale si è parlato di Afghanistan e della crisi ucraina. In merito a quest’ultima l’Alleanza Atlantica ha affermato che continuerà a seguire gli sviluppi molto da vicino deplorando le tragiche perdite di vite umane. Ma soprattutto ha dichiarato che: “A sovereign, independent and stable Ukraine, firmly committed to democracy and the rule of law, is key to Euro-Atlantic security. NATO Allies will continue to support Ukrainian sovereignty and independence, territorial integrity, democratic development, and the principles of inviolability of frontiers, as key factors of stability and security in Central and Eastern Europe and on the continent as a whole” (“Un’Ucraina sovrana, indipendente e stabile, fermamente impegnata nella democrazia e nel principio di legalità è la chiave della sicurezza Euro-Atlantica. Gli alleati della NATO continueranno a supportare la sovranità e l’indipendenza, l’integrità territoriale, lo sviluppo democratico, e i principi di inviolabilità delle frontiere dell’Ucraina, come fattori chiave della stabilità e della sicurezza nell’Europa centrale e orientale e nel continente nel suo complesso”). Il giorno precedente a queste dichiarazioni si era tenuta una riunione della Commissione NATO-Ucraina. La delegazione ucraina era guidata dal Vice ministro della Difesa Oleksandr Oliynyk. La NATO ha fatto sapere che l’Ucraina “is a long-standing NATO partner and has taken part in all Alliance operations” (“è un partner di lunga data della NATO e ha preso parte a tutte le operazioni dell’Alleanza”). La Commissione NATO-Ucraina (NATO-Ukraine Commission -NUC) è un organo dell’Alleanza Atlantica creato a Madrid il 9 luglio 1997 con lo scopo di favorire il dialogo tra Bruxelles e Kiev e la cooperazione nel campo della sicurezza. In sostanza è, insieme al “Membership Action Plan” e al “Dialogo intensificato”, uno degli strumenti attraverso i quali gli Stati fanno “anticamera” prima di entrare a far parte della NATO. 




Ancora prima, come correttamente ricordato in un documento del 2006 del Ministero della Difesa italiano dal titolo Le relazioni tra NATO e Ucraina, “Le relazioni tra l’Ucraina e la NATO iniziano nel 1991, quando, dopo la dichiarazione di indipendenza dall’URSS proclamata il 24 agosto 1991, l’Ucraina aderisce al “North Atlantic Cooperation Council” (NACC), poi denominato ‘Consiglio di Partenariato Euro-Atlantico’ (EAPC). Quella data [spiega il documento della Difesa] segna l’avvio di una partnership che dura ancora oggi e che, negli anni, si è progressivamente approfondita […] Fin da subito la NATO chiede all’Ucraina un massiccio sforzo politico ed istituzionale e pone una serie di condizioni da rispettare per avvicinarsi alle istituzioni euro-atlantiche. L’Ucraina mostra, fin dall’inizio, un notevole impegno e dinamismo nel recepimento dell’acquis NATO: nel 1992, rinuncia unilateralmente ai propri arsenali nucleari ereditati dall’URSS (comprendenti ben 3900 testate e che rappresentavano il 14% circa dell’intero arsenale sovietico) e li rende alla Russia per la dismissione: stesso destino subisce anche l’intero arsenale chimico. Dopo la rinuncia all’atomica, sottoscrive il Trattato di Non-Proliferazione (TNP) […] sigla un accordo con la Russia per il trattamento delle minoranze: è la NATO stessa a vigilare sul trattamento delle minoranze romena e moldava (quasi mezzo milione di persone) e di quella russa. Ratifica il Trattato sui Cieli Aperti (Open Skies), che, attraverso il reciproco permesso di sorvolare lo spazio aereo, garantisce ai firmatari il diritto di controllare reciprocamente i rispettivi arsenali. Nel 1994, l’Ucraina è il primo paese della Comunità Stati Indipendenti (CSI) ad entrare nella Partnership for Peace (PfP), il programma di cooperazione nel campo della sicurezza e della difesa che mira a stabilire un nuovo rapporto tra la NATO ed i paesi un tempo nemici del disciolto Patto di Varsavia, incluse le stesse Repubbliche ex Sovietiche. L’adesione alla PfP rappresenta, per l’Ucraina, il primo passo verso lo stabilimento di rapporti sempre più stretti con l’Alleanza ed il coronamento degli sforzi sostenuti dal governo in quegli anni difficili per avvicinarsi alle istituzioni euro-atlantiche. Nel 1997, dopo il vertice di Madrid (che, in sostanza, ha dato il via all’allargamento verso Est) viene creato il Documento NATO-Ucraina per un Partenariato Speciale, che sottolinea l’importanza, per la sicurezza dell’intera Europa, di un’Ucraina indipendente, stabile e, soprattutto, democratica […]”
E’ a questo punto che in seno all’Alleanza Atlantica nasce la Commissione NATO-Ucraina “in cui siedono rappresentanti dei paesi già membri […] e dell’Ucraina stessa: la commissione si riunisce regolarmente a livello di ambasciatori e rappresentanti militari dei membri, ma, occasionalmente, anche a livello di ministri degli esteri, della difesa o dei capi di stato maggiore. La Commissione NATO-Ucraina rappresenta il principale foro di consultazione sui maggiori temi della politica internazionale e della difesa […] La fine degli anni Novanta segna un punto di svolta nei rapporti bilaterali”. Con l’allargamento della NATO verso Est, ovvero inglobando Paesi una volta appartenenti al disciolto Patto di Varsavia, l’Ucraina assume sempre più un peso strategico in virtù del “suo ruolo di ponte tra l’Europa, il Caucaso ed il Mar Nero”. E questo nonostante non sia a tutti gli effetti Paese membro della NATO. Tuttavia essa “continua nel suo processo di avvicinamento [all’Alleanza Atlantica] dopo un periodo di crisi (o, comunque, di freddezza) nei rapporti con l’Alleanza. L’Ucraina vive, infatti, in quegli anni, una fase di notevole instabilità politica ed istituzionale, torna ad avvicinarsi alla Russia e, soprattutto, fornisce assistenza militare all’Iraq di Saddam Hussein […] solo la decisiva svolta voluta dal Presidente Kuchma, che pone l’avvicinamento alla NATO quale priorità strategica per il proprio paese, permette il ristabilimento di una entete cordiale. L’evento che la suggella è rappresentato dal vertice NATO di Praga, del novembre 2002 […] esso vede il lancio del Piano d’Azione NATO-Ucraina, che indica le linee-guida della futura cooperazione bilaterale in campo economico, politico e militare. Il Piano […] fissa, per l’Ucraina, una serie di obiettivi a lungo termine per avvicinarsi alle istituzioni euro-atlantiche […]”. Dal canto suo “L’Ucraina definisce le attività che intende realizzare sia sul piano interno che in sinergia con la NATO […] in Ucraina, peraltro, opera un Centro di Informazione e Documentazione NATO che sviluppa i rapporti con il governo ucraino (in special modo con il ministero della Difesa) e sensibilizza l’opinione pubblica (attraverso documenti in russo ed ucraino) sui temi della sicurezza europea ed i vantaggi connessi con l’avvicinamento all’Alleanza”. In Ucraina, esattamente a Yavoriv, è inoltre presente un centro di addestramento creato nel quadro della PfP che nel 2005 (ottobre) ha ospitato l’esercitazione Joint Assistance JA-2005 sotto l’egida dell’EAPC. Sempre nel corso dello stesso anno a Yarivov si era svolta un’altra esercitazione, la Cooperative Best Effort (CBE) che aveva visto partecipare, oltre ai Paesi NATO, anche Stati appartenenti al Dialogo Mediterraneo, quale ad esempio Israele. Già nel “settembre 2000, sempre in territorio ucraino, si era svolta un’esercitazione nel contesto PfP: nella regione della Trans-Carpazia erano state, infatti, testate le capacità di soccorso in caso di disastro, sia naturale che provocato da attacchi terroristici non convenzionali”. Il 2000 è un anno importante per i rapporti NATO-Ucraina perché il Parlamento di Kiev (la Rada) ratifica (marzo) “un Memorandum of Understanding che disciplina lo status delle forze NATO che dovessero stazionare o semplicemente transitare sul territorio ucraino sia in tempo di pace che di guerra, garantendo la loro assistenza sia civile che militare da parte del governo di Kiev”. La ratifica del Memorandum è il punto di svolta. Infatti al “vertice di Vilnius, tenutosi nell’aprile 2005, la NATO decide, così, di invitare l’Ucraina ad avviare un Dialogo Rafforzato (Intensified Dialogue), in vista di una possibile piena membership da realizzarsi in futuro”. La situazione delle Forze Armate ucraine, al 2005, era (ed è ancora) tuttavia ben lungi dal soddisfare gli standard NATO. Un solo dato, tra i tanti, indica lo stato degli armamenti: le forze di Kiev erano, per consistenza numerica, le 13° al mondo, ma il loro budget si attestava al 126°posto nel ranking mondiale. Un divario cospicuo. Nonostante ciò, sottolineava lo studio del Ministero della Difesa italiano, “la NATO, comunque, fornisce un importante sostegno all’Ucraina […] partecipa alla formazione dei suoi quadri di comando, alla ristrutturazione del sistema militare e dell’industria per la difesa […] finanzia e realizza progetti per il ricollocamento civile del personale militare congedato, permette ad ufficiali ucraini di partecipare regolarmente alle attività formative presso il NATO Defense College di Roma e la Scuola di Oberammergau in Germania”. 






Visti questi precedenti è innegabile che oggi l’Ucraina si trovi ad un bivio, che tuttavia rischia di diventare un limbo. E’ dal 2007 infatti che Kiev è chiamata a fare una scelta netta e definitiva in merito alla sua piena adesione all’Alleanza Atlantica. Lo spiegava, per la NATO, Grigoriy Perepelytsia, direttore dell’Istituto di ricerca sulla politica estera presso il Ministero degli Affari Esteri di Kiev. “L’Ucraina [affermava Perepelytsia] si trova ad un bivio nelle sue relazioni con la NATO” aggiungendo che “è probabile che l’Ucraina per qualche tempo rimanga ferma al bivio”. “Cosa c’è in gioco?” si chiedeva l’esperto del Ministero degli Esteri ucraino. “L’adesione alla NATO [rispondeva] rientrerebbe negli interessi strategici ucraini e rappresenta anche una importante scelta sotto l’aspetto sociale. Fornirebbe solide garanzie per la salvaguardia della sovranità, dell’identità nazionale e dell’integrità territoriale dell’Ucraina, mentre contribuirebbe a consolidarvi e continuarvi le riforme democratiche”. In quest’ottica l’ingresso dell’Ucraina nello spazio geopolitico euro-atlantico (contrapposto allo spazio geopolitico euro-asiatico, o meglio "euro-asista") potrebbe “offrire all’Ucraina la possibilità di divenire uno Stato europeo civilizzato, protetto dalle minacce alla propria sovranità e sicurezza nazionale […] Quale ipotesi alternativa all’integrazione euro-atlantica, in Eurasia vi è poi quella alla Confederazione di Stati Indipendenti (CSI) […] La seconda via può portare l’Ucraina a rinunciare alle sue aspirazioni di integrazione euro-atlantica, con risultati meno chiari […] Sarebbero favorevoli a questa soluzione coloro che considerano l’indipendenza dell’Ucraina contraria ai vitali interessi geopolitici della Russia ed ai suoi sforzi per ripristinare il proprio status di grande potenza […] Se c’è stato un promettente avvio verso l’adesione alla NATO in seguito alla Rivoluzione arancione, tale processo si è successivamente impantanato a causa delle incertezze politiche esistenti in Ucraina, affiorate con le elezioni parlamentari del marzo 2006 e la formazione di un nuovo governo […] La Rivoluzione arancione [2004-2005, ndr] ha introdotto, sotto la presidenza di Viktor Yushenko, un nuovo vertice istituzionale in Ucraina, che ha posto l’adesione della NATO in cima alle sue priorità di politica estera […]  Pertanto, l’Ucraina si trova ad un bivio nelle sue relazioni con la NATO. La questione fondamentale è fin dove il Paese si avvicinerà ad un’effettiva adesione alla NATO. Ciò dipenderà largamente dalla capacità delle autorità – e dalla società in senso ampio – di salvaguardare le conquiste della Rivoluzione arancione e di ulteriormente sviluppare nel Paese le strutture e le consuetudini democratiche […] Sono fiducioso che una recente dichiarazione del Segretario generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer possa avverarsi, allorché intervenendo alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza del febbraio 2007, manifestò il suo desiderio di vedere Serbia, Georgia ed Ucraina accostarsi all’Alleanza […]”. Proprio la scelta davanti cui si trova l’Ucraina, ovvero se aderire allo spazio euro-atlantico piuttosto che a quello ad egemonia russa, rappresenta il punto d’attrito tra NATO e Russia. Posta tra il “martello e l’incudine” Kiev ha tergiversato fino ad oggi. Ulteriori dilazioni tuttavia non paiono più possibili. L’ordine di Putin di mettere in stato d’allerta le forze del Distretto Militare Occidentale e Centrale è un segno dell’insofferenza di Mosca rispetto alla volontà della nuova leadership ucraina di abbandonare l’orbita russa. Il 2014 potrebbe essere l’anno risolutivo per Kiev e, per conseguenza, anche per NATO  e Russia. La caduta di Yanukovich e la prevista partecipazione di unità militari dell’Ucraina alla "NATO Response Force", insieme a reparti di Svezia e Finlandia, sono forse i segnali premonitori che lascerebbero intendere come la nuova leadership ucraina filo occidentale non voglia rinunciare alla volontà di difendere la propria autonomia decisionale anche se messa dinnanzi ad una, eventuale, prova di forza (magari sulla falsariga degli avvenimenti della guerra russo-georgiana del 2008). Sui mass media  si sono rincorse voci sulla possibilità che i carri “M 1 Abrams” giunti dagli Stati Uniti in Germania (Baviera) nelle scorse settimane possano essere messi a disposizione della NATO Response Force la quale, per bocca dell’attuale Segretario Generale dell’Alleanza Atlantica, il danese Fogh Rasmussen, costituisce un’ “unità di risposta veloce, lance affilate dell’Organizzazione dell’Atlantico del Nord in grado di garantire la difesa di qualsiasi Stato membro, di realizzare uno schieramento in qualsiasi luogo e di contrastare una qualsiasi minaccia”. E' a queste nuove unità corazzate che forse si riferiva il 10 febbraio scorso il Generale Leonid Ivashov, ex alto ufficiale delle Forze Armate russe, quando in una intervista aveva affermato, a proposito alle forze occidentali atlantiche, “hanno anche cominciato a schierare più carri armati in Europa”. In un recente documento della NATO, la Risoluzione 394 del 12 novembre 2012 intitolata Il futuro della democrazia nel Vicinato Orientale, veniva indicata la triade dei Paesi dell’Est verso i quali l’Alleanza annunciava di volere concentrare la propria azione di condanna: Bielorussia, Ucraina e Russia. Nel documento si affermava infatti :

<< […]
3. Plaudendo all’importante funzione dei partner dell’Europa dell’Est per la sicurezza euro atlantica […] e dell’obiettivo comune di avvicinare l’Ucraina all’integrazione europea, come pure dell’attiva cooperazione della Georgia con la NATO attraverso la Commissione NATO-Georgia e del contribuito assai significativo che questo Paese fornisce nelle operazioni condotte dalla NATO;

5. Conscia delle importanti differenze tra i sistemi politici di questi Paesi, ma notando una tendenza al deteriorasi degli standard democratici e deplorando in particolar modo le restrizioni imposte ai militanti per i diritti civili e alla libertà dei mezzi di comunicazione, non con conformità delle elezioni con gli standard internazionali e i casi di applicazione selettiva della giustizia in Bielorussia, Federazione Russa e Ucraina;

6. Lodando gli sforzi verso una maggiore democratizzazione basati su un dialogo inclusivo all’internon della Federazione Russa e notando con preoccupazione, al tempo stesso, l’inversione di tendenza o la situazione di stallo in materia di riforme politiche;


[…]

10. INVITA i governi e i parlamentari della Bielorussia, della Federazione Russa e dell’Ucraina:

[…]

b. ad invertire l’attuale tendenza ad un deterioramento del rispetto della democrazia e dei diritti umani, a portare avanti riforme democratiche effettive e durature basate su un dialogo inclusivo e a rispettare senza riserve gli obblighi e gli impegni assunti a livello internazionale;

[…]

d. a liberare al più presto i prigionieri politici e a rafforzare lo stato di diritto;

e. a porre fine ai soprusi e alle restrizioni cui sono soggetti le organizzazioni della società civile e i media indipendenti;

[…]

13. SOLLECITA i governi e i parlamenti dei Paesi membri […] della NATO:

a. a moltiplicare le iniziative a sostegno delle aspirazioni democratiche delle popolazioni dei Paesi vicini dell’Est, nel pieno rispetto della sovranità della Bielorussia, della Georgia, della Federazione Russa e dell’Ucraina

[…]

e. a continuare ad assistere l’Ucraina nell’attuazione delle riforme nel quadro della carta NATO-Ucraina e del Programma nazionale annuale.


[…] >>


Quasi come risposta a questa Risoluzione della NATO, in Russia alcuni esperti dell’Izborsk Club, di cui sono membri, tra gli altri, il Generale Leonid Ivashov e il Consigliere Presidenziale del Cremlino Sergei Glazev, hanno rilasciato [fonte: “MoviSol”, 20 febbraio 2014] un memorandum intitolato Salvare l’Ucraina. Il documento è stato pubblicato il 12 febbraio scorso sul settimanale russo “Zavtra”. Il recente cambio di leadership in Ucraina viene bollato come una “minaccia strategica” nei confronti della Russia. Nel memorandum vengono elencate una serie di conseguenze che una politica ucraina filo occidentale e marcatamente anti russa potrebbe avere sugli interessi strategici russi: “Queste comprendono l'espansione militare verso Est degli Stati Uniti e della NATO; il rifiuto della presenza delle Forze Armate Russe in Crimea, inclusa la base navale di Sebastopoli; epurazione di strati di popolazione filo-russa nell'Ucraina orientale e meridionale, che condurrebbe ad un flusso di rifugiati nella Federazione Russa; distruzione delle capacità manifatturiere ucraine che svolgono lavori in appalto per il complesso militare-industriale russo; la creazione di basi per l'addestramento di terroristi che inizieranno ad operare su territorio russo; l'estensione di tecniche alla "Euromaidan" alle grandi città russe; l'apertura di inchieste su Gazprom, Rosneft e i loro manager, come pure cause legali intentate dal nuovo governo ucraino presso tribunali occidentali”.



mercoledì 26 febbraio 2014



Scienziati e militari russi alla scoperta dei "misteri polari"

Recentemente la Federazione Russa ha confermato, per bocca del suo Primo Ministro Dmitrij Medvedev, la propria politica “polare”. Già il 10 dicembre scorso il Presidente russo Vladimir Putin aveva chiesto di rivolgere una maggiore attenzione all’area artica, incentivando la creazione di nuove strutture di tipo anche militare, come ad esempio la nuova forza navale unificata per il teatro dell’Artico. Per quanto riguarda invece l’Antartide, Medvedev ha ribadito l’intenzione di proseguire con il piano d’azione riguardante le spedizioni scientifiche fino al 2017. “Il compito principale dello Stato”, riportava il sito “La Voce della Russia” “è il rafforzamento degli interessi geopolitici della zona”. Quali interessi geopolitici? Potrebbe chiedersi qualcuno, considerato che le terre antartiche sono interdette allo sfruttamento, in ossequio agli articoli del Trattato Antartico (detto anche "Trattato di Washington") in vigore dal 1961 e firmato anche dall'Unione Sovietica il 2 novembre 1960. L’articolo I del documento recita infatti espressamente che: “L’Antartide deve essere utilizzata solo per scopi pacifici. E’ proibita l’installazione di basi militari, fortificazioni, manovre militari e il test di qualunque tipo di arma. Il Trattato non impedisce l’impiego di personale militare o equipaggiamento militare per scopo scientifico o per altri scopi pacifici”. Questo vincolo non ha certo impedito che nel corso degli anni vari Stati rivendicassero diritti territoriali. Oggi sono circa una decina i Paesi interessati allo sfruttamento del territorio antartico, ricco, a quanto pare, di idrocarburi e risorse minerarie. Le dichiarazioni russe sembrano volere infrangere questo “tabù”. Accanto alla tradizionale attività scientifica, a breve potrebbe infatti accompagnarsi anche la valorizzazione economica. Gli investimenti russi, per il momento ancora limitati al campo scientifico, sono del resto ingenti. 



L’ultimo badget approvato dal Ministero delle Finanze è pari a un miliardo di rubli e prevede il finanziamento di spedizioni terrestri e marine. Le attenzioni degli scienziati russi della base Vostok (Antartide orientale) si sono recentemente concentrate sull’esplorazione del Lago subglaciale dall’omonimo nome. Sepolte sotto uno spesso strato di ghiaccio le sue acque dolci si sono conservate per 15 milioni di anni. 


Nel 2012 gli scienziati russi hanno perforato il ghiaccio e prelevato 40 litri di acqua per analisi. Intorno al Lago Vostok sono sorte subito speculazioni riguardanti misteriose forme di vita (batteriche) che sarebbero state scoperte. Alcuni asseriscono addirittura che queste sarebbero di origine extra terrestre. Nonostante l’assenza di comunicati ufficiali, anzi forse proprio per questo motivo, le voci si sono rincorse. Ultimamente gli scienziati russi sembrano avere “naso” per questo genere di scoperte insolite. Secondo i mass-media russi infatti, la sezione dell’Estremo Oriente dell’Accademia Russa delle Scienze avrebbe scoperto nelle acque dell’Artico una creatura sconosciuta dalle proporzioni gigantesche. Nonostante oggi la regione del Polo Sud sia interdetta allo sfruttamento economico e alle operazioni militari c’è stato un periodo in cui essa non era (ancora) soggetta a vincoli di alcun tipo. Ad esempio, nel 1947, l’Antartide fu obiettivo di una spedizione delle forze armate degli Stati Uniti. Nel 1946 il Segretario alla Marina degli Stati Uniti, James Forrestal, organizzò la più poderosa missione antartica degli USA, l’operazione "Hig jump", ufficiamente con scopi esplorativi scientifici. Nonostante ciò pare si trattasse di una vera e propria forza di spedizione militare. La componevano infatti la nave Mount Olympus, aerei, idrovolanti, elicotteri, tredici altre navi appoggio e la nuova portaerei USS "Philippine Sea", appena varata, al comando dell’Ammiraglio Richard Byrd. In totale 4.500 uomini delle forze armate USA, divisi secondo uno schema tipico di una campagna bellica, ovvero: un gruppo orientale, centrale e occidentale. Il gruppo centrale raggiunse il Mare di Ross il 30 dicembre 1946, iniziando le operazioni che terminarono nel febbraio dell’anno successivo. Il 5 marzo 1947 il quotidiano cileno “El Mercurio” pubblicò un articolo sulla missione americana, nel quale si riportava una dichiarazione di Byrd che suonava così: “L’ammiraglio Byrd ha dichiarato che oggi è di importanza fondamentale per gli Stati Uniti attuare misure difensive contro la possibile invasione del Paese di mezzi aerei in partenza dai Poli”. A quali mezzi aerei si riferiva l’alto ufficiale statunitense, dato che l'Antartide era una landa gelida e disabitata? 

bandiera della Nuova Svevia
Secondo alcuni, Byrd si sarebbe riferito, in termini sibillini, alla presenza di basi segrete naziste (in particolare una fantomatica “Base 211”, detta anche “Nuova Berlino”), nelle quali, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, avrebbero trovato rifugio  alcuni transfughi del Terzo Reich, che vi avrebbero trasferito conoscenze e tecnologie segrete relative ad avanzatissime macchine volanti equiparabili, per le loro prestazioni, ai moderni "UFO". Fantascienza si potrebbe obiettare. 



Un fondamento di verità in tutte queste speculazioni tuttavia esiste. Nel 1938, infatti, una spedizione tedesca aveva issato la bandiera del Terzo Reich in una zona del Polo Sud ribattezzata Nuova Svevia (Neuschwabenland), situata nella Terra della Regina Maud. 
Questo territorio antartico fu rivendicato dalla Germania dal 19 gennaio 1939 all’8 maggio 1945. I tedeschi avevano in progetto altre due spedizioni per gli anni 1939-40 e 1940-41.




Gli eventi bellici legati al Secondo conflitto mondiale impedirono il loro svolgimento. A questo aspetto tuttavia, nel 2006, il canale televisivo russo “Tv Channel Russia” ha dedicato un ampio documentario nel quale, tra i vari esperti, sono stati intervistati alcuni esponenti delle Forze Armate della Federazione Russa, che si dissero dubbiosi circa il fatto che la spedizione statunitense del 1947, guidata dall’Ammiraglio Byrd, avesse, solo, finalità scientifiche. Il documentario è visionabile, con sottotitoli in inglese, su YouTube dove ne esistono diverse versioni. Qui lo propongo nella versione di 44 minuti.