"Imperare sibi maximum imperium est"

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lunedì 16 giugno 2014



Il Baltico come nuovo teatro del confronto geopolitico mondiale?



Nell’ambito della crisi ucraina, Washington sembra aver voluto lanciare un ennesimo segnale all’indirizzo di Mosca, con l’invio in Europa di tre bombardieri strategici B-52 “Stratofortress” della United States Air Force (USAF). I giganti del cielo sono atterrati nel Vecchio Continente il 4 giugno scorso prendendo base a Fairford nel Regno Unito. “Nel corso del dispiegamento, che durerà due settimane, i bombardieri effettueranno voli di addestramento nella zona operativa dell’US European Command – ha spiegato l’USAF, precisando che i bombardieri non saranno armati – Il Dipartimento americano della Difesa esegue regolarmente missioni di formazione per i suo comandi regionali, allo scopo di garantire una capacità credibile e flessibile di risposta a potenziali minacce”. Secondo fonti d’informazione estera i bombardieri dovrebbero prendere parte alle esercitazioni della NATO “Baltops 2014” e a quelle a guida statunitense “Saber Strike” (“Colpo di sciabola”), in programma dal 9 al 21 giugno nella zona del Baltico cui partecipano più di 6000 militari di nove Paesi diversi. Le esercitazioni, cui si deve aggiungere la “Baltic Host 2014”, vedono coinvolti Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia, Danimarca, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Finlandia, Svezia, Canada, Norvegia ed Estonia. Le manovre occidentali, oltre che un segnale per Mosca, sono anche una manifestazione di supporto ai Paesi baltici: Lettonia, Lituania, Estonia (e Polonia) che, a partire dall’inizio della crisi ucraina, hanno detto di sentirsi minacciati dalla Russia. La risposta di Mosca all’incremento delle forze militari occidentali nel Baltico non si è quindi fatta attendere. Sono state infatti predisposte esercitazioni aero-navali e terrestri nell’exclave russa di Kaliningrad (ex Koenigsberg). Tra le forze coinvolte anche la Flotta del Mar Baltico. 




Chiara la posizione ufficiale di Mosca: “Crediamo che intensificando la sua attività nei Paesi Baltici la NATO stia dimostrando delle intenzioni ostili” ha infatti dichiarato il Vice ministro degli esteri russo, Vladimir Titov, che ha aggiunto: “la dislocazione di notevoli forze supplementari della NATO in Europa centrale e orientale difficilmente può essere giudicata diversamente da un’aperta violazione dei principi fissati nell’Atto istitutivo delle reciproche relazioni NATO-Russia sottoscritto nel 1997”. Mentre Igor Korotchenko, direttore della rivista “Difesa Nazionale”, ha commentato così: “Il Pentagono sta tornando alla prassi della guerra fredda, quando le postazioni avanzate delle truppe, realizzate attraverso la creazione di nuove basi militari e il mantenimento di quelle esistenti, costituiscono un elemento di grande importanza della strategia militare degli USA: Gli americani stanno effettivamente tornando ai tempi della guerra fredda. La logica dei blocchi rimane dominante. Complessivamente, dal punto di vista geopolitico e militare, questa strategia di accerchiamento della Russia con basi militari significherà un capestro che in prospettiva gli USA vorrebbero mettere alla Russia. Naturalmente, questa strategia del Pentagono e della NATO obbliga il nostro Stato a reagire per minimizzare i rischi politici e militari”. In aggiunta a queste esercitazioni, intese come risposta a quelle NATO-US, Mosca aveva già effettuato alcuni test missilistici nel Distretto Militare occidentale, motivando tale iniziativa come la replica al dispiegamento dello scudo anti missilistico statunitense nei Paesi dell’Europa orientale. 




Sono dunque cessati gli “anni d’oro” caratterizzati da rapporti amichevoli tra Russia e NATO, risalenti ai primi anni Duemila e fondati sulla comune lotta al terrorismo internazionale. E’ infatti oramai un lontano ricordo la relazione tra Mosca e l’Euro-Atlantic Partnership Council (EAPC) nell’ambito del Consiglio NATO-Russia (i cui lavori, peraltro, sono stati sospesi dopo l’annessione della Crimea alla Russia). 



Oggi, inoltre, quello che desta maggiore attenzione è la partecipazione alle esercitazioni NATO-US di Svezia e Finlandia. Due Paesi, a quanto pare, candidati ad entrare, nel prossimo futuro, nell’Alleanza Atlantica. Se così fosse sarebbe la conferma che il Baltico è un’area destinata sempre più ad acquisire un ruolo fondamentale negli equilibri strategici europei. E’ la storia stessa, oltre che la geopolitica, a ricordarci, ad esempio, che tra il 30 novembre 1939 e il 12 marzo 1940 tra Finlandia e Unione Sovietica si combatté una guerra (Guerra d’Inverno, o anche Guerra russo-finlandese), fortemente voluta da Stalin, per il controllo di alcune aree di confine giudicate dal Cremlino troppo a ridosso di Leningrado e per alcune isole nel mar Baltico. 


L’aggressione nei confronti della Finlandia costò a Mosca l’espulsione dalla Società delle Nazioni, ma le fece anche guadagnare parte della Carelia, la penisola di Rybachi e alcune basi nel Baltico necessarie, secondo Stalin, alla sicurezza strategica del distretto di Leningrado. In effetti il capo del Cremlino non aveva tutti i torti. Da alcuni secoli infatti alcune zone del Baltico avevano costituito una sorta di territori cuscinetto nei riguardi (di quella parte) della vecchia Russia. Prospettando uno scambio con alcuni territori russi, Stalin aveva chiesto ai finlandesi la cessione delle isole di Hogland, Sieskari, Lavas saari, Tytor saari, Loivisto, oltre la concessione trentennale del porto di Hango per trent’anni. Quest’ultimo, insieme alla base navale di Paldaskij (Paldiski -già ottenuta in concessione dall’Estonia) e fortemente munito di artiglieria pesante a lunga gittata, avrebbe dovuto fungere da sentinella lungo il punto settentrionale dell’ingresso al Golfo di Finlandia.

Oggi a queste considerazioni di natura prettamente strategico-militari si aggiungono altre, dal contenuto geopolitico, o meglio geoeconomico. E’ il caso ad esempio del “Nord Stream”, il gasdotto che dal nord della Russia arriva a Greifswald in Germania attraversando il mar Baltico. Lungo 1.224 chilometri, rifornisce 26 milioni di europei. Alla sua realizzazione, costata 7,4 miliardi di Euro, hanno partecipato importanti società leader nel campo energetico, a cominciare dall’azienda di Stato russa Gazprom, con una quota del 51%. 




La sede legale del consorzio (ufficialmente Nord Stream AG) è a Zug nell’omonimo cantone elvetico. Gli altri principali soci, oltre al gigante energetico russo, sono i gruppi tedeschi Wintershall (15,5%), E.ON SE (15,5%), gli olandesi di N.V. Nederlandse Gasunie (9%), e i francesi di GDF Suez (9%). Presidente del gruppo è l’ex Cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, a capo di un comitato di dieci membri, mentre l’Executive Management è composto da otto managers internazionali diretti da Matthias Warning. Superfluo, dunque, aggiungere quanto l’area baltica rappresenti un settore di fondamentale importanza strategica per la Federazione russa. Non stupisce quindi che recentemente il Ministero degli Esteri russo abbia commentato con preoccupazione la ventilata possibilità che Svezia e Finlandia possano entrare nella NATO. Tale ingresso, a detta del dicastero di Mosca, potrebbe portare cambiamenti negativi negli equilibri della regione del Baltico. In un recente incontro tra diplomatici russi e rappresentanti dei Paesi baltici e scandinavi è stato infatti posto l’accento sulla necessità di “costruire un dialogo di cooperazione e business costruttivo tenendo conto degli interessi reciproci senza restrizioni artificiali e la minaccia di sanzioni”. Da parte russa si è affermata la volontà “di unire gli sforzi multilaterali volti a rendere lo sviluppo della regione del Mar Baltico stabile e dinamico, anche all’interno di un’interazione fruttuosa nei formati esistenti – il Consiglio degli Stati del Mar Baltico, il Consiglio Regionale Euro-Artico di Barents, il Consiglio Artico e la Dimensione settentrionale”. Se i propositi della diplomazia sono tutti rivolti ai migliori auspici di cooperazione ben diversa è realtà che si sperimenta sul terreno. Lo stallo della crisi ucraina, cui si uniscono i “giochi di guerra” nel Baltico, dimostrano, almeno ad oggi, che al dialogo si preferisce la vecchia tattica del mostrare i muscoli. La regione del Baltico è destinata a diventare un nuovo “fronte” nella lotta geopolitica mondiale? Le premesse ci sono tutte.