"Imperare sibi maximum imperium est"

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giovedì 31 luglio 2014



Nobile francese rivoluziona lo I.O.R.





Il 9 luglio scorso la Santa Sede ha nominato il francese Jean-Baptiste Douville de Franssu nuovo Presidente dell’Istituto per le Opere di Religione (IOR). De Franssu ha preso il posto del tedesco Ernst von Freyberg, nominato solo diciassette mesi prima, con l’incarico di portare a termine il quinquennio di governo dell’Istituto dopo l’uscita di scena prematura del banchiere italiano Ettore Gotti Tedeschi (da alcuni indicato come molto vicino alla Prelatura personale dell’Opus Dei). Ma chi è questo aristocratico francese scelto per guidare una delle più delicate istituzioni finanziarie della Santa Sede? Tra le mura leonine non è uno sconosciuto. Nel marzo scorso infatti il suo nome figurava tra gli otto esperti incaricati di formare il “Consiglio per l’Economia”, sorta di nuovo organismo vaticano creato dal Santo Padre, Papa Francesco, con la Lettera Apostolica “Fidelis dispensator et prudens” (24 febbraio). Tra i compiti del nuovo Consiglio vi è quello di coordinare gli “affari economici e amministrativi della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano”. Nel testo della Lettera Apostolica veniva spiegato che: “Comel’amministratore fedele e prudente ha il compito di curare attentamente quanto gli è stato affidato, così la Chiesa è consapevole della responsabilità di tutelare e gestire con attenzione i propri beni, alla luce della sua missione di evangelizzazione e con particolare premura verso i bisognosi. In special modo, – proseguiva il testo – la gestione dei settori economico e finanziario della Santa Sede è intimamente legata alla sua specifica missione, non solo al servizio del ministero universale del Santo Padre, ma anche in relazione al bene comune, nella prospettiva dello sviluppo integrale della persona umana”. La decisione di creare il Consiglio per l’Economia, spiegava la Lettera, era nata dopo “avere considerato attentamente i risultati del lavoro della Commissione referente di studio e indirizzo sull’organizzazione della struttura economico-amministrativa della Santa Sede”. Papa Francesco aveva inoltre consultato il Consiglio degli 8 Cardinali (altro nuovo organismo) creato per assistere il Santo Padre, tra le altre cose, nella riforma della Costituzione apostolica “Pastor Bonus” (che regola l’ordinamento della Curia Romana).
De Franssu 51 anni (classe 1963), sposato con Helene de Gerlache de Gomery e padre di quattro figli, si è laureato all’ESC (Ecole Supérieure de Commerce) Group Businness School di Reims, una delle principali Grandes Ecoles di Francia. Dopo gli studi universitari ha conseguito un Dottorato in European Business Administration nel Regno Unito (Middlesex University) e si è specializzato in Studi Attuariali all’Università “Pierre e Marie Curie” di Parigi. Agli inizi degli anni Novanta è stato direttore del gruppo pubblico francese Caisse des Depots et Consignations e successivamente Amministratore Delegato di Invesco Europe. Tra le sue esperienze collaborative figura anche quella di redattore finanziario per la rivista francese “Investir”. Nel giugno 2009 è stato nominato presidente dell’Associazione europea Fondi e Asset Management (EFAMA). Ha inoltre ricoperto l’incarico di membro del gruppo di esperti per l’asset management della Commissione europea (UE) per lo studio dell’evoluzione del regime normativo e per la sicurezza degli investimenti. Attualmente è presidente di Incipit, società di consulenza nel settore mergers&acquisitions ed è direttore (non esecutivo) di Tages Llp, Petercam Sa, Carmignac Gestion Sa e Acofi Sa.
L’annuncio del nuovo incarico al finanziere francese era stato fatto dall’Arcivescovo di Sidney, S.Em.za Rev.ma il Cardinale George Pell, che il 13 aprile 2013 era stato nominato da Papa Francesco membro del “Consiglio degli 8 Cardinali”. 



Il Cardinale Pell è inoltre membro del ‘Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace’ e Prefetto della (nuova) ‘Segreteria per l’Economia della Santa Sede e della Città dello Stato del Vaticano’ istituita, come accennato sopra, dalla “Fidelis dispensator et prudens” e avente qualità di Dicastero. Dal ‘Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace’ era scaturito, nel 2011, un documento che esortava, anche sulla scia della “crisi” finanziar-economica post ‘Lehman Brothers’, a riflettere sulla necessità di ripensare l’intero sistema finanziario globale. Il documento, intitolato “Nota per una riforma del sistema finanziario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale”, era stato presentato durante una conferenza stampa convocata dalla Sala Stampa della Santa Sede.

La scelta di affidare a De Franssu la guida dello IOR non rappresenta la sola novità nella governance della banca vaticana. Anche l’executive board infatti è stato cambiato, con la nomina di tre nuovi membri laici nel Consiglio di Sovrintendenza: Clemens Boersig (tedesco, presidente della Deutsche Bank Foundation), Mary Ann Glendon (statunitense, Docente alla Harvard University ed ex Ambasciatrice del suo Paese presso la Santa Sede) e Sir Michael Hintze (anglo-australiano, esperto in investimenti finanziari e già collaboratore di importanti istituti bancari tra cui Salomon Brothers, Goldman Sachs, nonché fondatore dell’Hedge Fund ‘Standards Board’). Confermati invece Monsignor Battista Ricca e Rolando Marranci rispettivamente come prelato dello IOR e Direttore generale. Infine, il maltese Monsignor Alfred Xuereb, (Segretario generale della Segreteria per l’Economia), è segretario, senza diritto di voto, della Commissione Cardinalizia dello IOR, composta da sei porporati e presieduta da S.Em.za Rev.ma il Cardinale Santos Abril y Castello.


Va anche detto che la “rivoluzione” di Papa Francesco interessa l’intera struttura economico-finanziaria della Santa Sede, non solo lo IOR quindi. L’8 luglio scorso, ad esempio, il Santo Padre ha emesso una Lettera Apostolica in forma di Motu propio per il trasferimento della Sezione Ordinaria (che si occupa, principalmente, della gestione dei beni immobili) dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA) alla Segreteria per l’Economia. Perfino il cospicuo comparto dei media vaticani non è rimasto immune da questa ventata di novità. Lo ha annunciato, lo scorso 9 luglio, lo stesso Cardinale Pell spiegando come, entro un anno, un Comitato di esperti costituito ad hoc e composto da specialisti internazionali e responsabili vaticani, dovrebbe essere in grado di presentare un piano. Il gruppo è guidato da Lord Christopher Patten (Barone Patten of Barnes, membro cattolico della Camera dei Lords, fino al 6 maggio scorso presidente della BBC, ex Segretario di Stato e ministro del Regno Unito nonché ultimo governatore inglese di Hong-Kong e attuale cancelliere dell’Università di Oxford), e ne fanno parte, tra gli altri, Monsignor Paul Tighe, Segretario del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Giacomo Ghisani (Radio Vaticana), Monsignor Lucio Adrian Ruiz (Internet Service Vaticano) e Giovanni Maria Vian (Direttore del quotidiano della Santa Sede “L’Osservatore Romano”). Anche in quest’ultimo caso, per certi versi, lo IOR aveva fatto da “laboratorio”. L’insediamento di von Freyberg, nel 2013, era stato infatti accompagnato dalla creazione di un sito Internet e da una politica di trasparenza e comunicazione affidata ad una agenzia privata esperta in pubbliche relazioni la cui sede principale europea è a Monaco di Baviera, così che oggi lo IOR dispone di un Ufficio Stampa separato dalla tradizionale Sala Stampa vaticana.

lunedì 28 luglio 2014



Vacanze con intelligence



Si sa, l’estate è tempo utile per rinfrancar il corpo e lo spirito e una buona lettura può aiutare, soprattutto se di qualità. POLIBIO consiglia due volumi da poco dati alle stampe.
Il primo è “LIMES”, rivista italiana di geopolitica diretta dal Prof. Lucio Caracciolo, interamente dedicato all’intelligence, dal titolo A che servono i servizi. Nel volume, all’interno del quale, come da tradizione, sono presenti i contributi di diversi autori e studiosi, viene dato ampio spazio alle principali tematiche legate al mondo dell’intelligence, con particolare attenzione alle più importanti agenzie internazionali. Ad esempio, John Hulsman (membro permanente del ‘Council on Foreign Relations’ e saggista, autore, tra gli altri titoli, di una biografia di Lawrence d’Arabia intitolata To Begin the World Over Again), Dario Fabbri (giornalista esperto di America e Medio Oriente) e Federico Petroni (Consigliere redazionale di “Limes”) affrontano, con tre diversi interventi, il tema CIA (Central Intelligence Agency). Mentre Alfredo Macchi (giornalista esperto di Asia e Medio Oriente e curatore del blog “Zone di crisi” di Tgcom24) accompagna il lettore alla scoperta dei “segreti delle rivolte colorate”. Un intervento di Luca Mainoldi (esperto di geopolitica e storia dell’intelligence) disvela il rapporto ambivalente tra due intelligence alleate e amiche: quella israeliana (Mossad) e quella statunitense, mettendo in risalto particolari fino ad ora poco noti ai più. Restando sempre in terra d’Israele, Amir Rapaport (ricercatore associato al ‘Begin-Sadat Center for Strategic Studies’, Bar-Ilan University in Israele e direttore di “Israel Defense Magazine”) illustra, invece, “La metamorfosi dell’intelligence israeliana”. Interessanti anche i due contributi di Giorgio Cuscito (analista esperto di geopolitica cinese) e Mark Galeotti (Docente di ‘Relazioni internazionali’ al ‘New York University Center for Global Affairs’, esperto di sicurezza russa e già consigliere del British Foreign Office) rispettivamente dedicati all’intelligence informatica cinese e alla panoramica storica sui servizi segreti russi. Pregevole l’intervento di Paolo Scotto di Castelbianco (Responsabile della comunicazione istituzionale, Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza –DIS), interamente dedicato all’intelligence italiana e focalizzato sulle nove sfide per gli interessi nazionali, rappresentate, soprattutto, dalle competizioni geoeconomiche e dall’uso strategico delle info-technologies. Infine non poteva mancare uno sguardo, fatto attraverso l’analisi di Matteo Faini (Dottorando di Ricerca alla Princeton University), sullo spionaggio industriale, con particolare riferimento alla competizione sino-statunitense nella, cruciale e strategica, area dell’Asia-Pacifico.



Il secondo consigliato, anch’esso attinente al mondo dello “spy-sistem”, è un saggio di Janet Wallach (saggista, studiosa, Visiting Fellow al ‘Woodrow Wilson Institute’ e collaboratrice di diverse università americane e istituti di ricerca) sulla figura di Gertrude Bell: Desert Queen. The Extraordinary Life of Gertrude Bell: Adventurer, Adviser to Kings, Ally of Lawrence of Arabia (Paperback), edito per la prima volta nel 1996 e recentemente (2005) ripubblicato con una nuova postfazione. Gertude Bell (1868-1926) fu archeologa, esploratrice, studiosa e spia inglese nei primi decenni del Novecento. Esperta di orientalistica fu, nel primo dopoguerra, tra i consiglieri politici del giovane Winston Churchill, allora Segretario alle Colonie. Al pari del suo più popolare contemporaneo, Thomas Edward Lawrence (Lawrence d’Arabia) fu amica e consulente di leaders  e sovrani arabi. Entrambi, Gertrude Bell e T.E. Lawrence, furono agenti dell’Arab Bureau, la sezione dell’Intelligence britannica con sede al Cairo e avente responsabilità sul Medio Oriente. Dell’archeologa e spia inglese alcuni hanno sottolineato la (presunta) avversione per la Casa degli al-Saud, a cui, come accadde per Lawrence, avrebbe sempre preferito e sostenuto, nelle trame che in quegli anni si stavano disegnando nel Medio Oriente, quella degli Hashemiti, discendenti, in quanto appartenenti al clan dei Banu-Hashim, dal Profeta Maometto. 



L’importanza ancora oggi attuale della figura di Gertrude Bell si deve in buona parte al fatto che fu tra i principali consiglieri politici alla Conferenza del Cairo del 1921, convocata da Churchill, durante la quale furono poste le basi dell’assetto geopolitico del Medio Oriente moderno, inclusa la creazione (ex novo) dello Stato dell’Iraq, i cui confini inclusero confessioni religiose ed etnie fra loro diverse (sunniti, sciiti, yazidi, arabi e curdi). La sua morte, così come la sua vita, si tinse di giallo. Il 26 luglio 1926, infatti, il suo corpo fu ritrovato senza vita a Baghdad, apparentemente per un’overdose di sonniferi. Ancora oggi alcuni si chiedono se quell’assunzione così massiccia fosse volontaria (suicidio) o accidentale. Altri ancora non esitano invece a ritenere che la sua morte sia avvolta dal mistero che circonda la fine improvvisa e prematura di molte spie. Come fu, ad esempio, anche quella del suo più famoso collega, Lawrence d’Arabia.

giovedì 17 luglio 2014



Abbandonare Israele: errore strategico




Israele in questi giorni sta vivendo e affrontando l’ennesimo scontro con Hamas, la struttura palestinese nata da una costola dell’organizzazione fondamentalista islamica dei “Fratelli Musulmani” (oggi fuori legge in Egitto, Paese nel quale sorse sul finire degli anni Venti del XX secolo) e che controlla de facto la Striscia di Gaza.
Il rapimento di tre adolescenti israeliani e il loro barbaro assassinio non è bastato perché la comunità internazionale intervenisse a sostegno dello Stato ebraico. Nemmeno la minaccia rappresentata dal continuo lancio di razzi sui centri abitati israeliani (e sull’aeroporto internazionale civile di Tel Aviv, “Ben Gurion”) pare sufficiente perché si prenda posizione condannando fermamente le aggressioni del movimento palestinese. Invece sia la Ue, sia il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, nonché il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, hanno sollecitato il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu a non compiere mosse azzardate. Questa volta però i razzi sono arrivati tremendamente vicino al cuore di Israele. Non solo su Tel Aviv, ma perfino su Gerusalemme, dove nei giorni scorsi è risuonato l’allarme aereo. Solo l’efficienza del sofisticato sistema di difesa anti-missili israeliano “Iron dome” ha permesso che si evitasse una strage tra i civili e devastazioni di edifici. La tanto temuta (sia dalle cancellerie internazionali che dalle rispettive opinioni pubbliche) reazione massiccia israeliana via terra fin’ora non è scattata. Il governo israeliano si è limitato a incursioni dissuasive dell’aviazione militare e operazioni mirate condotte dalle forze speciali della Marina militare. Segno che, forse, Israele non è quel “mostro” che molti credono e che Netanyahu, pur appartenendo ad un partito della destra israeliana (Likud) sa essere un leader moderato e responsabile, attento anche alle possibili ripercussioni politiche in ambito internazionale che potrebbero derivare da un massiccio intervento terrestre. Fino ad ora infatti, Israele si è limitato a colpire obiettivi selezionati, come i centri di lancio dei razzi e i capi dell’ala militare di Hamas, ovvero le Brigate Ezzedin al-Qassam (Brigate del martire ‘Izz al-Din al-Qassam, così chiamate in memoria di Izz al-Din al-Qassam, il capo della “Grande rivolta araba” che tra il 1936 e il 1939 oppose gli arabi palestinesi, che decisero di insorgere, alle autorità britanniche titolari del Mandato della Società delle Nazioni sulla Palestina). Come si diceva sopra, quello che stupisce è la reazione della comunità internazionale, che, senza una condanna ferma, di fatto, contribuisce, indirettamente, a legittimare l’aggressione di Hamas nei confronti dello Stato ebraico.
Questo nonostante le Brigate al-Qassam, al pari di Hamas, (si veda il documento del Consiglio europeo 2005/847/PESC del 29 novembre 2005) siano incluse dalla Ue nella lista delle organizzazioni terroristiche. Non solo. Chi si prendesse la briga di leggere lo statuto di Hamas vi troverebbe l’esplicita dichiarazione inneggiante alla distruzione dello Stato di Israele. Nel preambolo del documento (datato 1988) si cita infatti una frase attribuita ad Hassan al-Banna, il fondatore dei Fratelli Musulmani, che recita: “Israel will exist and will continue to exist until Islam will obliterate it, just a sit obliterated others before it” (“Israele esisterà e continuerà ad esistere finché l’Islam non lo cancellerà, proprio come ha cancellato altri prima di esso”). Chiaro, anche ad orecchie profane, il riferimento implicito al passato islamico, in particolare ai secoli contraddistinti dalla lotta contro gli Stati crociati in Terrasanta). Da qui la visione di Israele come “Stato crociato” da abbattere, prima o poi. Una posizione ideologica condivisa da uno dei più stretti alleati nonché modello di riferimento per Hamas nell’area mediorientale: Hezbollah. Talmente condivisa che Hezbollah, nella sua roccaforte a Marun-ra’s (nei pressi di Bint Gubayl, sull’altopiano che domina la Galilea), ha posto un cartellone illuminato recante la scritta: “Gerusalemme, attenta, stiamo arrivando”. Eppure, nonostante ciò, la diplomazia internazionale continua a mostrarsi indulgente con Hamas. Terzo punto, non meno rilevante dei primi due, Hamas, nel 2007, prese il potere in maniera illegittima, ovvero manu militari, cacciando da Gaza i rappresentanti dell’Autorità Nazionale Palestinese. Da quel momento la Striscia di Gaza è diventata di fatto un’exclave sotto il dominio di Hamas. Quest’ultimo aspetto, soprattutto, dovrebbe far riflettere quanti si dicono sostenitori della causa palestinese. Il 18 giugno 2007, ad esempio, il Presidente palestinese Mahmud Abbas (Abu Mazen) emise un decreto che metteva fuori legge le milizie di Hamas. Perfino la Giordania, i cui sovrani sono discendenti diretti (in quanto appartenenti al clan dei Banu Hashim), del Profeta, guarda con sospetto a questa organizzazione.



La questione israelo-palestinese è tutt’altro che facile da districare. Proprio per questo serve riconoscere con lucidità e onestà intellettuale che furono gli arabi stessi a ratificare la cessione della Palestina alla controparte ebraica. Il 6 gennaio 1919 infatti con l’ “Accordo Faisal-Weizmann” venivano stabilite due entità distinte: lo Stato Arabo (sorta di realtà politica scaturita dall’Accordo segreto Sykes-Picot del 1916) e la Palestina. In quest’ultima venivano riconosciute agli ebrei tutte quelle garanzie che ne avessero favorito l’insediamento. Con quell’accordo gli arabi, sostanzialmente, acconsentirono a cedere l’intera Palestina agli ebrei (seppur, questi ultimi, ancora formalmente sottoposti all’autorità mandataria britannica) in cambio del riconoscimento di un (indefinito) Stato Arabo che sarebbe dovuto risultare formato dalle ex province arabe dell’impero Ottomano, ad eccezione però della Palestina, fino a quel momento regione inclusa nella provincia ottomana di Siria, di cui rappresentava la fascia costiera meridionale. In sostanza l’Emiro Faisal (figlio del Custode dei Luoghi Santi dell’Islam, lo Sceriffo della Mecca Hussein, e citato nel documento come Altezza Reale rappresentante e incaricato del Regno Arabo del Higiaz) accettava di cedere la Palestina in cambio di un grande regno Hashemita che andasse dal Higiaz fino a Damasco. Le vicissitudini della storia, ovvero le manovre della diplomazia britannica (e francese, vale a dire delle due potenze firmatarie dell’Accordo Sykes-Picot) fecero sì che questo grande scenario non si realizzasse. Non nacque infatti alcun grande Stato Arabo. Al suo posto invece furono create tre nuove realtà statuali: la Siria (sotto Mandato francese), il Regno dell’Iraq e l’Emirato di Transgiordania. Solo gli ultimi due furono governati da sovrani hashemiti. Faisal divenne Re dell’Iraq, mentre il fratello Abdullah fu insediato da Churchill (e grazie alle manovre del Tenente-Colonnello Thomas Edward Lawrence, meglio noto al grande pubblico come Lawrence d’Arabia, segretamente, ovvero intimamente devoto alla causa sionista) in Transgiordania. Delle due monarchie hashemite oggi sopravvive solo la seconda, nota ufficialmente come Regno Hashemita di Giordania. Ecco gli articoli dell’Accordo del 1919 nei quali si faceva riferimento all’insediamento del popolo ebraico in Palestina:

<< Art. III. – Nello stabilire la Costituzione e l’amministrazione della Palestina dovranno essere presi tutti i provvedimenti atti a garantire la piena esecuzione della Dichiarazione del Governo britannico in data 2 novembre 1917. >>

Il riferimento è alla “Dichiarazione Balfour” con la quale il governo inglese si era impegnato, una volta terminata la guerra, a favorire l’installazione di un “focolare nazionale ebraico” (“National Home”) in Palestina.
Nel successivo articolo (IV) si affermava infatti:

<< Saranno presi tutti i provvedimenti necessari per incoraggiare e promuovere l’immigrazione degli Ebrei in Palestina su larga scala e per stabilire […] il più presto possibile nel paese degli Ebrei immigrati mediante denso stabilimento e coltivazione intensiva del suolo […] >>

Un secondo documento, datato 3 marzo 1919, sempre a firma dell’Emiro Faisal, confermava l’intenzione araba che in Palestina si instaurasse una “National Home” ebraica, sotto l’autorità mandataria inglese. L’interlocutore questa volta non era il dott. Chaim Weizmann (leader del Movimento Sionista internazionale), ma il rappresentante del Sionismo negli Stati Uniti, il giudice della Corte Suprema Felix Frankfurther. Nella missiva Faisal spiegava come: “The Arabs, especially the educated among us, look with the deepest sympathy on the Zionist movement” (“Gli arabi, specialmente quelli istruiti tra noi, guardano con profonda simpatia al Movimento Sionista”). Certamente Israele, in questa faccenda, non è immune da errori. Due, sopra tutti, paiono avere pregiudicato la situazione nel corso degli ultimi decenni. Il primo si riferisce all’evacuazione del Sinai dopo la guerra del Kippur (1973), mentre il secondo, più recente, consiste nella decisione di ritirarsi unilateralmente dal Libano (sponda meridionale del fiume Litani). Nel primo caso si è consentito, evitando che la Striscia di Gaza si venisse a trovare completamente circondata da territorio israeliano, che i valichi con l’Egitto potessero rappresentare il passaggio clandestino per armi e miliziani. Nel secondo che il fronte di Hezbollah (e dei suoi razzi) si avvicinasse ancora di più al cuore dello Stato ebraico, minacciandolo nonostante la presenza del corpo internazionale di interposizione sotto egida delle Nazioni Unite schierato a sud del fiume Litani (a questa missione UN partecipa, sin dal 2006, anche l’Italia con reparti dell’Esercito).

Nel 2004, inoltre, Israele aveva predisposto un piano di disimpegno unilaterale dalla Striscia di Gaza. Il Governo Sharon aveva infatti evacuato, in alcuni casi anche con la forza, tutti gli insediamenti ebraici. Ciò nonostante le spinte aggressive di Hamas e dei vari gruppi fondamentalisti islamici nella Striscia non sono venute meno, anzi. Segno più che evidente del fatto che l’obiettivo non era ottenere lo smantellamento delle colonie ebraiche, bensì la cancellazione tout court dello Stato di Israele.
Abbandonare Israele significherebbe quindi fornire un alibi al fondamentalismo islamista in un momento nel quale una vasta area che va dalla Libia all’Afghanistan e dal Caucaso fino allo Yemen è attraversata da conflitti, guerre civili, guerriglie e destabilizzazioni terroristiche. Il rischio è quello di lasciare Israele ancora più isolato e circondato da nemici. Non casualmente infatti negli ultimi giorni si sono registrati lanci di razzi, oltre che dalla Striscia di Gaza, anche dal Libano, dal Sinai e dalla Siria. Solo dalla Striscia di Gaza ieri (martedì 15 luglio), tra le 9:00 e le 15:00 (ora locale) sono stati lanciati una cinquantina di razzi verso il territorio israeliano. E questo nonostante il governo di Israele avesse accolto e rispettato i termini della tregua proposta dalla diplomazia internazionale.