"Imperare sibi maximum imperium est"

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mercoledì 10 settembre 2014


La Russia “scalda” gli arsenali




Se è vero che sul “fronte” ucraino, con la recente firma del cessate il fuoco tra governo di Kiev e separatisti, sembra sia calata una sorta di “pace armata”, è altrettanto corretto affermare che le decisioni scaturite dal Summit della NATO in Galles, (4 e 5 settembre scorsi), non hanno fatto altro che confermare quanto paventato e fortemente avversato dalla Federazione russa. L’Alleanza Atlantica ha infatti ribadito la propria volontà di stabilire basi permanenti nei Paesi baltici, ovvero a ridosso dei confini russi, capaci di ospitare una “Rapid Responce Force” di 4.000 uomini (tra cui un centinaio di paracadutisti italiani della Brigata “Folgore”), in grado di intervenire in qualsiasi teatro di crisi con un preavviso di 48 ore. In aggiunta, gli Stati Uniti hanno dichiarato che aumenteranno le capacità dello “Scudo antimissile” che dovrebbe completarsi in Polonia, Repubblica ceca e Romania. Inteso come difesa del territorio europeo contro eventuali vettori iraniani, viene invece interpretato dai russi come una minaccia, nonostante le rassicurazioni di Washington e della Ue (una relazione della Commissione degli affari esteri del Parlamento europeo del 14 febbraio scorso afferma che lo Scudo: “non è in alcun modo diretto contro la Russia”).




Mosca non sta certo a guardare e ha ufficialmente annunciato che nel mese di settembre condurrà un’altra grande esercitazione delle proprie Forze Missilistiche Strategiche, ovvero nucleari (in russo Raketnye vojska strategiceskogo naznacenija). Come spiegato da un portavoce del Ministero della Difesa, Maggiore Dmitry Andreyev, le manovre saranno condotte nell’Estremo oriente russo sotto il comando del Colonnello Generale Serghej Karakayev e mobiliteranno più di 4.000 militari e oltre 400 batterie missilistiche. Le forze aeree svolgeranno inoltre un ruolo importante, in particolare con l’utilizzo dei ‘Mikoyan MiG-31’ (nome in codice NATO “Foxhound”) per la caccia aerea e dei ‘Sukhoi Su-24s’ (nome in codice NATO, “Fencer”) per le azioni di ricognizione. I ‘Su-24s’ sono generalmente attrezzati anche per la guerra elettronica, dato che alcuni esemplari montano sistemi del tipo “KNIRTI” capaci di oscurare le strumentazioni radar nemiche. Il Maggiore Andreyev ha dichiarato che lo scopo dell’esercitazione è quella di “mettere in pratica operazioni di risposta ad attività sovversive e attacchi condotti da un ipotetico nemico con uso di armi ad alta precisione, svolgendo attività di combattimento nonostante la forte resistenza radio-elettronica e azioni di combattimento nemiche nell’area in cui sono dislocate le forze strategiche”. 



Questo nuovo round di esercitazioni è il terzo condotto dalle Forze Missilistiche Strategiche russe nel corso del 2014. In precedenza infatti il Cremlino ne aveva ordinate altre due, una nel marzo e l’altra nel maggio scorso. Come per le precedenti, lo scenario riguarda il caso in cui le forze russe debbano fare ricorso all’uso di armi nucleari nel corso di un confronto con forze militari nemiche anche in una guerra regionale, non solo su larga scala quindi. La recente Dottrina militare russa, in vigore dal 2000 e rinnovata nel 2010, contempla infatti il caso specifico in cui Mosca possa ricorrere ai suoi arsenali nucleari (anche tattici) qualora le sue unità rischino di andare incontro ad una sconfitta sul campo contro un nemico che utilizzi armi convenzionali. Nell’articolo 16. Titolo II del testo si afferma: “Le armi nucleari rimarranno un importante fattore per la prevenzione dello scoppio di conflitti nucleari e conflitti militari che prevedano l’uso di strumenti convenzionali d’attacco (guerra su larga scala, o conflitto regionale)”.
Recentemente un alto ufficiale russo, il Generale Yuri Yakubov, ha dichiarato che Mosca sta provvedendo ad aggiornare la propria Dottrina nucleare adeguandola alle sfide che attualmente la Federazione russa si trova a dovere affrontare. Secondo l’autorevole voce, la nuova Dottrina dovrebbe esplicitamente identificare gli Stati Uniti e la NATO come le principali minacce alla sicurezza della Russia, nonché riaffermare il diritto di Mosca a sferrare attacchi nucleari preventivi anche contro forze convenzionali nemiche. Il dato, peraltro, non rappresenta una grande novità, poiché già la Dottrina militare del 2000 stabiliva testualmente che Mosca si riservava l’utilizzo del proprio arsenale nucleare: “come risposta ad un’aggressione su larga scala con armi convenzionali in situazioni critiche per la Federazione russa”.
 
 

martedì 9 settembre 2014



La profezia del “misterioso” Maresciallo Ogarkov sulla guerra futura

Prima parte



Per gli storici e gli studiosi del pensiero militare, Nikolai Vasyleivich Ogarkov (30 ottobre 1917 – 23 gennaio 1994) è stato uno dei più importanti Marescialli dell’Unione Sovietica, riconosciuto ancora in vita, all’unanimità da colleghi e avversari del blocco occidentale, come lo stratega che rivoluzionò la Dottrina militare sovietica durante l’ultima fase della Guerra Fredda, tanto da dare, ufficiosamente, ad essa il suo nome (“Ogarkov Doctrine”). Ogarkov era nato in una famiglia contadina nel villaggio di Molkov, nell’Oblast di Kalinin, regione nord occidentale dell’ex Impero Russo. Entrò nell’Armata Rossa nel 1938. Nel 1941 si diplomò all’Accademia di Ingegneria Militare di Kuybishev. Durante la Seconda guerra mondiale (per l’Unione Sovietica: “Grande Guerra Patriottica”) servì al fronte. Al termine del conflitto si unì, un po’ in ritardo, al Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS), iniziando una brillante carriera che lo portò a ricoprire, tra gli altri, l’incarico di Comandante in Capo delle Forze dell’Estremo Oriente (1948) e di Vice Capo di Stato Maggiore (General Staff, 1955). Nel 1959 si diplomò all’Accademia Militare dello Stato Maggiore, ottenendo, successivamente, il comando delle forze meccanizzate sovietiche nella Repubblica Democratica Tedesca (RDT); incarico che mantenne fino al 1961. In seguito fu Vice Comandante del Distretto militare della Bielorussia. Nel 1971 divenne membro del Comitato Centrale del PCUS, nel frattempo venendo promosso Primo Vice Comandante dello Stato Maggiore delle Forze Armate dell’Unione Sovietica. Infine, nel 1977, la consacrazione ai vertici della gerarchia militare con la nomina a Maresciallo dell’Unione Sovietica, Capo di Stato Maggiore e Vice ministro della Difesa, Dicastero allora guidato dal Maresciallo Dmitrij Fedorovic Ustinov. Fu in quella rilevante posizione che Ogarkov iniziò ad esercitare un’influenza sempre maggiore sulla Dottrina militare dell’URSS. Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta pubblicò infatti una serie di scritti di natura strategico-militare sui principali organi d’informazione della stampa sovietica, quali ad esempio: “Stella Rossa” (organo ufficiale dell’Armata Rossa), la “Pravda”, l’ “Izvestiya”, “Sovetskaya Rossiya”, etc. Nell’aprile del 1985 pubblicò inoltre il saggio History Teaches Vigilance, che pose l’ “enigmatico maresciallo” (come lo ha definito Mary C. FitzGerald, su “Conflict Quarterly”) al centro dell’attenzione della comunità internazionale degli studiosi di strategia militare. 



Una (ri)lettura dei suoi scritti dimostra come Ogarkov sia stato il teorizzatore di quella che il generale statunitense William Odom, definì la “terza rivoluzione” nella Dottrina militare sovietica, focalizzata sulla centralità delle “nuove tecnologie” e sull’uso, anche strategico, delle (nuove) armi non nucleari. Secondo questa visione, accantonata la teoria della Mutual Assured Destruction (MAD –distruzione mutua assicurata), che aveva dominato il pensiero strategico durante il confronto bipolare, bisognava ripensare il modo in cui si sarebbe combattuta la guerra futura. Per il Maresciallo sovietico, in un futuro conflitto combattuto su larga scala, le armi nucleari, almeno nella fase iniziale delle ostilità, non avrebbero svolto alcun ruolo, ovvero non sarebbero state impiegate. Ciò avrebbe dato maggior importanza alle armi di precisione, basate sulle ultime applicazioni della scienza all’arte bellica (già dal 1971 Ogarkov aveva insistito perché nell’Armata Rossa venissero introdotte le nuove tecnologie). L’attenzione di Ogarkov si focalizzò sul periodo iniziale della guerra futura, spiegando nel 1984, in una intervista su “Stella Rossa”, come lo sviluppo degli strumenti convenzionali di distruzione (di massa) stesse producendo molti nuovi tipi di armi a livello mondiale. Espresse questo concetto, riferendosi alla dottrina strategica degli Stati Uniti, appunto nel suo libro History Teaches Vigilance, affermando che essa non si basasse (più) sull’uso primario ed esclusivo delle armi nucleari. Per Ogarkov anche la struttura militare sovietica avrebbe dovuto adattarsi alle più recenti scoperte scientifiche (tra cui alcuni nuovi princìpi della fisica) e tecnologiche, le quali, a suo dire, rendevano necessario un mutamento, ovvero un adeguamento della forma mentis dello Stato Maggiore sovietico. Così in parte (ovvero nella teoria) fu, se si considerano alcune variazioni nella Dottrina sovietica, evidenti soprattutto tra il 1978 e il 1983. Se infatti, ancora nel 1982, il Generale M. M. Kir’yan (autore di una voce dell’Enciclopedia Militare Sovietica), scriveva che le operazioni strategiche “possono essere condotte con o senza l’uso di armi nucleari”, l’anno successivo invece, nel Dizionario Enciclopedico Militare sovietico, curato da Ogarkov, non si faceva cenno alcuno all’impiego di armi nucleari nelle moderne operazioni militari. Kir’yan, inoltre, era stato autore nel 1982, del saggio strategico Military-Technological Progress and the Armed Forces of the USSR. Studiando attentamente la prima fase della Seconda guerra mondiale, Kir’yan coniò una definizione di “periodo iniziale di un conflitto”. Per il Generale sovietico esso era: “the time during which the belligerents [fight] with previously deployed groupings of armed forces to achieve the immediate tactical goals or to create advantageous conditions for committing the main forces to battle and for conducting subsequent operations” (“il tempo durante il quale i belligeranti combattono con i gruppi delle forze armate precedentemente dislocati per raggiungere i vantaggi tattici immediati o creare condizioni vantaggiose per impegnare le principali forze da battaglia e per l’attuazione di operazioni successive”)  [cfr.: Nachal’nyi period Velikoi Otechestvennoi voinyThe Initial Period of the Great Patriotic War-, in “Voenno-istoricheskii zhurnal”, n. 6 (giugno 1988), pp. 11-17]. La definizione di Kir’yan è tratta dal saggio dell’analista statunitense Stephen J. Cimbala, Military Persuasion: Deterrence and Provocation in Crisis and War, (Pennsylvania State University Press, 1994), nel quale l’autore dedicava alcune pagine anche allo studio della fase iniziale del primo conflitto mondiale, (nel capitolo “Military Strategic Planning and The Prelude to World War I”), considerata in rapporto alla (possibile) strategia nucleare degli US in una ipotetica (futura) Terza guerra mondiale (“U.S. Nuclear Strategic Planning For World War III”).  Altri capitoli trattavano inoltre della guerra preventiva (“Preventive War”) e del pensiero militare sovietico (“The Initial Period of War”).



Soprattutto in Ogarkov, emergeva l’urgenza di un rinnovamento delle forze armate sovietiche che fosse in sintonia con l’evoluzione scientifico-tecnologica. In particolare, il Maresciallo rivolse l’attenzione verso le nuove armi di precisione e i microprocessori (info-technologies e cyber-warfare), che, a suo dire, avrebbero finito per cambiare la natura stessa della guerra. In sostanza e detta in termini militari, si cominciò a considerare l’importanza delle armi convenzionali di precisione, soprattutto in relazione al loro sviluppo tecnologico, che, a partire dalle innovazioni adottate negli anni ’80 (ma il cui sviluppo era antecedente) dagli Stati Uniti, le rendeva in grado combattere una guerra globale attribuendo loro una qualità strategica che fino a quel momento era stato appannaggio delle sole armi nucleari. In questo senso cambiava completamente l’approccio, teorico, della Dottrina sovietica nel considerare la “prima fase” di una futura guerra (combattuta, anche, su larga scala). Ogarkov forse non lo sapeva, ma stava anticipando e/o intuendo quella che poi negli Stati Uniti degli anni ’90 sarebbe stata rivelata e conosciuta come “Revolution on Military Affairs” (RMA). Non casualmente molti studiosi sovietici di questioni militari focalizzarono la loro attenzione sul nuovo concetto americano dell’ “Air-Land Battle”, che caratterizzò l’approccio tattico delle forze US e NATO in Europa dagli anni Ottanta fino al 1990, basandosi, oltre che sulle (nuove) armi di precisione (in particolare missili “cruise”), su una rivisitazione del concetto di “Blitzkrieg”, ovvero sulla penetrazione in profondità nel territorio nemico (nello specifico i Paesi del “Patto di Varsavia”), sulla mobilità, oltreché sulla stretta interazione tra aviazione e forze di terra. In un documento del blocco occidentale datato 1988, intitolato appunto Airland Battle Doctrine, un capitolo veniva dedicato esclusivamente alla “New Technology” (p. 21). Conscio di questo nuovo approccio dalle implicazioni rivoluzionarie per la dottrina militare, Ogarkov si batté perché nell’Unione Sovietica venisse superata la tradizionale priorità accordata fino ad allora agli arsenali nucleari, i quali, pur mantenendo la loro caratteristica di “deterrente”, non avrebbero mostrato però alcuna utilità in un teatro d’operazioni in cui fosse necessario proiettare e localizzare la propria forza militare per proteggere gli interessi nazionali. Secondo lo studioso e geopolitico eurasista (o neo eurasiatista) russo Aleksandr Dugin, queste preoccupazioni dovettero però scontarsi con pareri opposti, in un dibattito che avrebbe alimentato i vertici militari sovietici, pressoché, per tutti gli anni Ottanta del XX secolo. Dugin riporta infatti come: “la strategia militare sovietico-eurasiana tra la fine degli anni ‘70 e la prima metà degli anni ‘80 elaborò seriamente il progetto di una nuova civiltà di spazio continentale basata sulla combinazione delle tradizioni spirituali, del "suolo" e metafisiche dell'Eurasia con le tecnologie ultramoderne […] e con il sistema globale delle <<nuove comunicazioni>>” (La grande guerra di continenti, 1992). Secondo Dugin “Questa […] sarebbe diventata la risposta eurasiana al modello americano delle <<guerre stellari>>” (ibidem). Dugin definisce il Maresciallo sovietico come un “eminente geopolitico, stratega ed eurasista” (sic), tanto che dei “tre capi brezhneviani dello <<Staff Generale>> - Zakharov, Kulikov, Ogarkov […] il più brillante era Ogarkov” (ibidem). Ogarkov, ricorda ancora Dugin, “aprì la strada alla creazione delle <<Spetsnaz>> [special forces], chiamate a interventi locali e ad operazioni-lampo nelle retrovie del fronte nemico, assolutamente necessarie per il successo specialmente di operazioni militari locali continentali” e “aspirò a trasformare le forze armate dell'URSS in modo che potessero gestirsi al meglio in una lunga guerra locale con armi prevalentemente convenzionali. Dopo Krushev la questione sui tipi di armi <<nucleari e intercontinentali>> acquistò un senso simbolico - a seconda dell'enfasi della dottrina militare sulla <<guerra globale>> o sulla <<guerra locale>> nei circoli dell'esercito […] : la <<guerra locale>> con l'uso di armamenti convenzionali e senza l'uso di ordigni nucleari era lo slogan degli <<eurasisti>>, e la <<guerra totale nucleare>> lo slogan” di altri esponenti della nomenclatura sovietica “che non desistevano mai dal mettere l'Esercito sotto pressione ideologica” (ibidem).




Come rivelò Ogarkov stesso nel 1983, in una intervista al quotidiano statunitense “New York Times”, egli era preoccupato del ritardo dell’Unione Sovietica rispetto agli Stati Uniti nello sviluppo dei computers e in generale delle tecnologie informatiche applicate alla dottrina militare (info war technologies). Tale ritardo, peraltro, non era casuale e si intreccia con la storia stessa dei personal computers che usiamo quotidianamente. Durante la Seconda guerra mondiale infatti, l’establishment militare degli Stati Uniti aveva finanziato progetti relativi allo sviluppo di diversi calcolatori ad alta velocità, tra cui l’Electronic Numerical Integrator and Computer (ENIAC) sviluppato all’Università della Pennsylvania, e utilizzato dallo US Army (l’Esercito degli Stati Uniti) e dalla US Navy (Marina militare) per i calcoli balistici. Furono principalmente queste macchine a porre le basi, già in quegli anni, per il sorgere dell’era dei computers. La successiva applicazione in campo commerciale delle tecnologie sviluppate dal settore militare durante il secondo conflitto mondiale avrebbe contribuito alla diffusione di massa dei computers, a cominciare proprio dagli Stati Uniti (nonché a “spalmare” sul mercato civile gli ingenti costi delle ricerche militari, costruendo, a differenza dell’URSS, un circolo commerciale virtuoso di sviluppo economico di massa). Uno dei padri dei moderni computers fu lo scienziato matematico John von Neumann (1903-1957), docente alla prestigiosa Princeton University. Neumann illustrò il funzionamento del suo modello di calcolatore nel saggio First Draft of a Report on the EDVAC, pubblicato nel 1945. Inizialmente, come detto, i calcolatori era concepiti unicamente come macchine per risolvere complicate operazioni matematiche per uso scientifico o militare e non per uso commerciale. Uno dei primi calcoli dell’ENIAC fu, ad esempio, quello per uno studio preliminare sulla fattibilità della bomba all’idrogeno (cosiddetta “Bomba H”). L’ENIAC ci mise almeno sei settimane per eseguire i calcoli e determinare che la realizzazione della bomba fosse possibile. Da quel momento gli Stati Uniti acquisirono un primato ancora oggi pressoché ineguagliato nello sviluppo delle information technologies che, tra le altre cose, ha portato alla nascita del World Wide Web, ovvero Internet, anch’esso frutto di un’applicazione in campo commerciale e civile di uno strumento concepito in origine per usi militari. Secondo Orgakov, dunque, questo divario avrebbe costituito un vulnus cruciale per la scienza militare sovietica, tanto che nel 1983 affermò profeticamente che per tale motivo l’Unione Sovietica avrebbe, alla fine, perso la guerra (“fredda”). Oggi sappiamo come la cause che portarono al collasso dell’Unione Sovietica furono certamente molteplici. Indubbiamente però l’aspetto legato alle tecnologie informatiche fu tra quelli determinanti. La superiorità degli Stati Uniti nel campo delle nuove armi non si (poteva) spiega(re) solo in termini militari. Come infatti indicò anche Ogarkov, l’establishment statunitense ebbe la lungimiranza di trasferire e quindi diffondere nella società le nuove scoperte, commercializzandole per un uso (anche) civile, dando così origine a quel connubio definito sommariamente “complesso militar-industriale”; è in virtù di tale motivo se, in sostanza, oggi si usano i telefoni cellulari e il personal computer



Il dibattito aperto da Ogarkov, sin dagli anni Settanta del secolo trascorso, in seno all’intellighenzia politico-militare sovietica toccò il suo apice negli anni Ottanta, rivelando tutta la sua veemenza. Tanto che, come accennato sopra, in alcuni centri d’intelligence del blocco occidentale, ovvero negli Stati Uniti, nacque l’esigenza di porlo sotto la lente d’ingrandimento. Furono infatti commissionati alcuni studi specifici alla Rand Corporation. E’ il caso, ad esempio, del rapporto intitolato Ogarkov’s Complaint and Gorbachev’s Dilemma. The Soviet Defense Budget and Party-Military Conflict (datato dicembre 1987). Già nel titolo era contenuta la sostanza della questione, ovvero il dilemma di cui era ostaggio Mikhail Gorbachev e rigardante la decisione circa quali e quanti stanziamenti destinare al budget della Difesa sovietica all’interno del più vasto quadro di allocazione delle risorse. Venivano descritti due ben definiti schieramenti: da un lato i militari, capitanati da personalità come appunto il Maresciallo Ogarkov e raggruppati in quello che veniva chiamato il “partito militare” (military-Party), contrapposto al Partito Comunista sovietico (Communist Party). La diatriba veniva riassunta nell’espressione convenzionale di “the military-Party conflict”. Già in quel rapporto si sottolineava, non solo il conflitto in questione, ma anche la possibilità che in futuro il mancato mantenimento delle promesse di Gorbachev (relative, anche e soprattutto, al budget per la difesa) avrebbe potuto aggravare il conflitto con il “partito militare”. Era di fatto, per certi versi, una lungimirante anticipazione del “colpo di Stato” del 1991, a cui avrebbero preso parte anche frange delle forze armate sovietiche, oltre che elementi del “Comitato per la sicurezza dello Stato”, ovvero il KGB (Komitet Gosudarstvennoj Bezopasnosti). Lo studio della Rand era a sua volta parte di un più esteso progetto di approfondimento delle conoscenze relative ai processi dialettici interni alle strutture politico-militari dell’URSS intitolato Soviet Civil-Military Relations: The Possibilities for Policy Change, condotto dal “National Security Strategies Program dell’Air Force. L’obiettivo dichiarato era quello di fare luce all’interno del conflitto tra il Partito Comunista sovietico e l’alto comando militare in merito alle risorse da allocare a partire dai primi anni Ottanta. Un altro, interessante, aspetto riguardava inoltre gli strumenti dialettici, compresi la propaganda interna, utilizzati da entrambe le parti per ottenere il maggiore consenso rispetto alle proprie tesi. Lo studio si focalizzava poi sulla linea adottata da Gorbachev per dirimere la questione, soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, oltre che sulla solidità del potere militare sovietico, considerato anche in prospettiva futura. Citando precedenti analisi della CIA (Central Intelligence Agency) e della DIA (Defense Intelligence Agency), lo studio sottolineava come: “Ogarkov’s warning about the rapidity of technological change in nonnuclear weaponry may have implied discontent with the level of budget support for military […] but he may have been more concerned with the process of weapons development and acquisition. This may have appeared dangerously cumbersome in an era of accelerating military competition in level of technology. The high command may have been arguing for greater control over the Academy of Sciences, a larger share of scarce management resources, and much more rapid modernization of the military production base”. Si informava inoltre che: “Gorbachev came into office intent on accelerating growth and modernizing the economy. He therefore needed a stabilization of the external threat to be able to focus on his domestic program. If that could not be secured through diplomacy, he would presumably feel compelled to respond with military measures, but these could compromise his domestic program. Gorbachev’s military-economic dilemma did not begin in 1985 but developed over the previous decade. The nature of the options had not changed, but by the mid-1980s the tradeoffs had deteriorated”. In questo scenario, Ogarkov spingeva per maggiori stanziamenti da destinare al budget della Difesa per lo sviluppo di armi di nuova concezione, ma, come detto, di tipo convenzionale. Contrariamente, Gorbachev era più propenso invece ad alimentare lo sviluppo dell’economia domestica. Il “dilemma” emerse in tutta la sua gravità soprattutto verso la fine degli anni Ottanta, ma, sottolineava l’intelligence statunitense, affondava le sue radici già nell’era Breznev, ovvero un decennio prima, proprio quando Ogarkov aveva raggiunto i vertici della gerarchia militare sovietica. Fu forse per questo che già nella prima metà degli anni Ottanta Gorbachev e i vertici del Politburo, decisero di risolvere “gordianamente” il dilemma rimuovendo il carismatico Maresciallo, il quale “cadde in disgrazia” proprio in quel particolare frangente temporale. Venne infatti rimosso dal suo incarico e destinato ad un non ben precisato “comando unificato in Europa” nel settembre del 1984. Le speculazioni che seguirono la caduta di Ogarkov furono, sia in patria che all’estero, molte e di diversa natura, soprattutto perché, fecero notare alcuni, esisteva già un comando supremo sovietico avente autorità sulle forze dispiegate nei Paesi del “Patto di Varsavia”. Perché allora creare un doppione? Vedremo più avanti come la risposta a questa domanda non è di poco conto per le implicazioni strategico militari che essa implicava in quella determinata fase della storia dell’Unione Sovietica e più in generale dell’ultima fase della “Guerra Fredda”.
Rimanendo ancora per un attimo sulla questione del budget per la Difesa, va rilevato che già nella prima metà degli anni Settanta la CIA stimò, che mentre diminuiva la crescita economica interna sovietica, aumentavano invece in percentuale gli stanziamenti per la Difesa. Il dato evidenziava un particolare che agli occhi dell’opinione pubblica (sia sovietica che occidentale) non era noto: l’esistenza di una dicotomia, abbastanza marcata, se non perfino profonda, tra il Partito Comunista sovietico e gli interessi militari. Una dicotomia che, per quanto riguardava l’intelligence sovietica, si rivelava nella coesistenza (secondo alcuni commentatori, tra cui Dugin), a volte conflittuale, di due distinte agenzie: il KGB, l’intelligence politica e in quanto tale emanazione del Partito (ovvero dei suoi interessi e della sua ideologia), e il GRU (Glavnoe Razvedyvatel’noe Upravlenie –Direttorato principale per l’informazione), l’intelligence militare. Le stime della CIA relative alle spese militari sovietiche mutarono tuttavia nel 1983. Fatto significativo è che CIA e DIA valutarono come l’inversione di tendenza fosse da attribuire anche alle difficoltà sovietiche nello sviluppo e messa in produzione di sistemi militari tecnologicamente avanzati. Di fatto era un implicito riconoscimento della fondatezza delle preoccupazioni espresse proprio da Ogarkov in seno all’establishment sovietico. 



In un secondo rapporto dell’ottobre 1987 preparato per l’USAF (United States Air Force) classificato con la sigla alfanumerica “R-3759-AF” e intitolato Conflict and Consensus in the Soviet Armed Forces, si analizzava l’evoluzione dello scontro sulla modernizzazione all’interno delle forze armate sovietiche e gli strumenti dialettici utilizzati per creare il consenso necessario a risolvere la disputa tra la metà degli anni Settanta e il 1988. Il documento, anch’esso frutto della Rand Corporation, metteva in risalto il “terremoto” suscitato nelle forze armate sovietiche in conseguenza delle riforme volute da Gorbachev. Nel sommario si affermava che: “As early as the 1970s, the Soviet military recognized the need to catch up with the technological revolution taking place in the West”, specificando che: “This report examines how the Ground Forces, Strategic Rocket Forces, and Navy reacted to demands for change in the period from the mid-1970s to 1988”. Veniva illustrato come lo Stato Maggiore (General Staff) “has traditionally held enormous power in the Soviet Union” e si tratteggiava un ritratto lusinghiero del Maresciallo Ogarkov, definito: “a forceful and intelligent theoretician, headed the General Staff during six of the years covered”. Nelle righe seguenti si spiegava che: “Ogarkov recognized that nuclear parity with the United States, which his country had achieved with great effort, would not solve all of the USSR’s strategic problems and that the Soviet defense establishment would have to catch up with the high-technology revolution in the West despite increasing budgetary constraints. His solution involved the rapid implementation of changes that would transform the Soviet Armed Forces with high-technology weapons and equipment and new strategy and tactics for their use”. In un passaggio successivo si toccava il nocciolo della questione sollevata da Ogarkov, il quale: “To his colleagues in the military services, he proposed the immediate conversion to high-tecnhology weapons and equipment and the adoption of revolutionary changes in the strategy and tactics of their use”. Veniva anche fatto un accenno ad una (sorta di) contrapposizione tra ufficiali delle Forze Missilistiche Strategiche (ovvero nucleari) e i seguaci della “dottrina Ogarkov”, così riportata: “Their colleagues in the Ground Forces and Strategic Rocket Forces, however, continued to argue for evolution. Although they too were committed to modernization, thier model was not rapid innovation, but rather the military reforms that were just coming fo fruition in the late 1970s. The theater high commands, for example, had been planned for a decade and were being implemented. The majority of the military leadership, therefore, understood the need for change, buth did not have the same sense of urgency as the high technologies on the General Staff”. Le obiezioni si potevano spiegare sulla base del fatto che: “To address the high-technology revolution, the General Staff had proposed a radical variant of the combined-arms strategy, one based on the dominance of neither the Ground Forces nor (in the strategic nuclear realm) the Strategic Rocket Forces. Instead, the strategy emphasized the forces of greatest mobility and flexibility of employment. In that sense, air assault troops compared favorably with tanks and armored vehicles, and bombers and submarines with land-based ballistic missiles. Neither the Ground Forces nor Strategic Rocket Forces offered particular advantages to the new strategy”. L’arrivo di Gorbachev avrebbe però, secondo il rapporto, potuto sconvolgere il processo di mutamento della dottrina militare sovietica così come impostato da Ogarkov. Infatti: “The willingness to reopen issues will doubtless serve the Soviet military well as it copes with the implications of Gorbachev’s new thinking in arms control and national security affairs”, tanto che si concludeva, molto profeticamente, che il nuovo appròccio gorbaciovaiano avrebbe: “also foretells a new round of conflict”. Così come il precedente rapporto anche questo considerava il periodo temporale durante il quale iniziò a prendere forma il pensiero strategico di Ogarkov, vale a dire l’era Breznev. Infatti l’opinione espressa era quella secondo cui: “Throughout the 1970s, as the Brezhnev regime’s polizie produced increasing stagnation of the Soviet economy and political system, the Soviet military, more than any other Soviet insitution, recognized the technological and other changes that were taking place in the outside world”. Si affermava inoltre che nell’entourage di Ogarkov si era consci del fatto che qualora si fosse raggiunto un effettivo sviluppo delle nuove tecnologie applicate agli armamenti esso sarebbe comunque dovuto andare di pari passo con un cambiamento nel pensiero strategico, nonché tattico. Si metteva inoltre in luce il come il dibattito, già dagli anni Settanta, da interno si fosse trasferito sulle pagine della stampa specializzata sovietica, dando una spiegazione plausibile di tale passaggio: “In the early 1970s, however, military debate and discussion became muted in the Soviet press. This development was probably partially the effect of generous allocations of resources to the defense sector”, tanto che, ad un tratto, proprio la pubblicità del dibattito indicava per e agli analisti occidentali l’esistenza di un conflitto interno: “By the mid to late 1970s, the Soviet military again began publicly to discuss major issues, and Western specialists once more began to consider how the Soviet military deals with internal conflict”. Nel 1972 un fattore determinò lo spostamento del dibattito a favore dello sviluppo degli armamenti convenzionali: la firma dell’Accordo SALT I (Strategic Armaments Limitations Talks) che garantiva (almeno formalmente) la parità nucleare strategica tra Stati Uniti e Unione Sovietica, congelando il numero di missili Icbm (Inter-continental ballistic missiles) e Abm (Anti-ballistic missiles) delle due Superpotenze.
Così il rapporto illustrava il ragionamento di Ogarkov circa la stretta connessione tra armi convenzionali, nuove tecnologie ed esigenze di mutamento della Dottrina militare: “In addition to reconsidering their reliance on nuclear weapons, the Soviets recognized the approach of << a new revolution in military affairs >>. According to Soviet theory, such a revolution occurs under the influence of scientific-technical progress, which brings changes in weapon systems, in the organization and training of the Armed Forces, and in combat methods. The first modern revolution in military affairs, according to Soviet theorists, grew out of advances during the 1950s in nuclear weapons, radioelectronic technology, and automation. The new revolution, they state, is likewise based on advances in electronics, but also on weapons << based on new physical principles >> and on longer-range conventional as well as nuclear weapons. Conventional weapons and weapons based on new physical principles became an explicit element of this new revolution only in the late 1970s, with Marshal of the Soviet Union N. V. Ogarkov as its main exponent”. Nel prosieguo del testo si citava perfino direttamente il pensiero del Maresciallo riportando come egli nel 1971 avesse scritto: “Nuclear weapons and other new combat equipment have radically changed the methods and forms of conducting military actions. … The full provision of units and formations with various kinds of combat equipment , the enormous strike power of modern weapons, the colossal scales in terms of space, the dynamic character and tension of military actions, the rapid and profound changes in a situation, the sharp increase in the volume of information and the equally sharp reduction in the time allotted to working out a decision on a battle or operation-all this has made unusually high demands on Soviet military-scientific thinking and the ideological-theoretical and professional training of army and navy cadres” [Ogarkov, in “Krasnaya zvezda”, 3 settembre, 1971, tradotto in “Foreign Broadcast Information Service Soviet Union Daily Report” (FBIS), 10 settembre 1971]. Nelle righe conclusive del rapporto della Rand si informava inoltre che: “Many other officers in both the General Staff and the services doubtless contribute to the debate and discussion of the issues that their leaders raise in the central press. For example, Marshal Ogarkov is known to have established a think tank of like-minded specialist in the General Staff to aid him in elaborating his concept of a high-technology future for the Soviet Armed Forces”.
In sostanza, Ogarkov stava consolidando una scuola di pensiero all’interno dello Stato Maggiore sovietico, i cui risultati avrebbero potuto avere un impatto determinante sulla Dottrina strategico-militare dell’URSS e quindi influenzare il confronto bipolare con gli Stati Uniti e il blocco dei Paesi dell’Europa occidentale.


(fine prima parte)