"Imperare sibi maximum imperium est"

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mercoledì 18 marzo 2015

Egemonia imperiale
Sessant’anni di dominio a stelle e strisce



Per certi versi, l’attuale crisi internazionale, che oppone due potenze, Stati Uniti e Federazione russa (e almeno uno dei due rispettivi blocchi di appartenenza, vale a dire la NATO), presenta alcune analogie con la situazione militare europea del 1937. In quell’anno il Cancelliere tedesco, Adolf Hitler, denunciò unilateralmente l’Accordo navale anglo-tedesco (che Londra e Berlino avevano firmato il 18 giugno 1935), palesando così al mondo l’intenzione della Germania di riacquisire una posizione di rilievo tra le potenze militari dell’epoca, sfidando l’Impero britannico sul terreno del sea power, grosso modo come aveva tentato di fare, circa trent’anni prima, il Kaiser Guglielmo II con la creazione della Hochseefloote all’interno della Marina imperiale tedesca. Nel 1937 la denuncia dell’Accordo anglo-tedesco era, di fatto, il lampo che anticipava la tempesta mondiale che avrebbe, nuovamente, sconvolto il globo due anni dopo. Nel novembre dello stesso anno, inoltre, Hitler unificò i comandi delle tre forze armate, creando l’Ober Kommando der Whermacht e convocò una riunione dei vertici militari, durante la quale rese nota ai suoi generali e ammiragli la propria intenzione di potenziare ulteriormente l’apparato bellico quale strumento di supporto alla politica di espansione, soprattutto ad Est (Lebensraum), del Terzo Reich. Oggi sappiamo di questa riunione dagli appunti presi allora da un Colonnello dell’Alto Comando e noti come “memorandum Hossbach”, dal nome dell’ufficiale che li annotò. Un parallelismo suggestivo lega la denuncia dell’Accordo navale anglo-tedesco e la decisione di unificare i comandi delle tre forze armate. Pare infatti di assistere ad un periodo storico in cui, grosso modo, mosse identiche a quelle del 1937, si stanno consumando nel campo degli equilibri strategici internazionali. Il 13 giugno 2002 il Presidente statunitense George W. Bush, denunciava il Trattato ABM (Anti-ballistic Missiles), che, similmente all’Accordo navale anglo-tedesco, si può dire avesse (avuto), tra gli altri, il merito di assicurare una sorta di status quo all’interno dei delicati equilibri militari delle due principali potenze nucleari (Stati Uniti e Unione Sovietica prima, poi Federazione russa). Sempre Bush jr., pochi anni dopo, procedeva all’unificazione di due comandi cruciali in caso di conflitto (globale): lo StratCom (Strategic Command) e lo SpaCom (Space Command).



Il riarmo tedesco (le cui radici, peraltro, erano antecedenti e prescindevano dalla presa del potere da parte del partito nazionalsocialista) non riguardava solo la Kriegsmarine (con il cosiddetto “Piano Z”), ma anche l’esercito (Heer) e l’aviazione (Luftwaffe), con armamenti a quell’epoca superiori a qualsiasi arma in uso tra le forze armate delle principali potenze. Come spiegato anche da uno dei massimi studiosi di storia militare, l’inglese Basil Liddell Hart (1895-1970), conscio di questa superiorità e fortemente preoccupato dall’ideologia nazista, il capo dei servizi segreti delle forze armate tedesche (Abwher), l’Ammiraglio Wilhelm Canaris, fece recapitare, tramite un suo agente, all’Ambasciata inglese a Stoccolma un plico contenente i piani di Berlino. I documenti vennero esaminati dagli inglesi, che però li ritennero un falso forse costruito per ingigantire le capacità offensive delle nuove forze armate tedesche in un momento in cui era chiaro che l’Europa si stesse avviando verso una nuova conflagrazione generale. Anche gli Stati Uniti però vennero a conoscenza dei progetti di riamo della Germania nazionalsocialista. A Washington, diversamente da quanto era accaduto per gli inglesi, il Presidente Franklin Delano Roosevelt rimase impressionato dai risultati della scienza bellica tedesca. Tanto che nel marzo 1939, come ricordato anche dallo storico tedesco Andreas Hillgruber (1925-1989) nella sua tesi di Dottorato, La strategia militare di Hitler (tit. orig.: Hitlers Strategie: Politik und Kriegsfuhrung, 1940-1941), gli Stati Uniti approntarono un ipotetico piano segreto di guerra contro la Germania (secondo la formula che poi sarebbe divenuta nota come “first Europe”, in seguito “first Germany”), denominato in codice “Rainbow Five” che attribuiva priorità strategica al teatro d’operazioni nell’Atlantico e in Europa (oltreché in Africa nord occidentale). Quei nuovi armamenti sarebbero poi stati noti nel corso del conflitto come le “armi segrete” del Terzo Reich (Wunderwaffen –armi miracolose). In realtà applicavano alcuni princìpi della fisica, all’epoca, da poco scoperti. Si trattava, tra gli altri, della propulsione a reazione, di missili balistici e bombardieri intercontinentali a volo sub-orbitale (come il “Silbervogel”), sottomarini oceanici e perfino velivoli discoidali sperimentali sfruttanti l’effetto cosiddetto “Coanda”, da cui l'USAF (United States Air Force) trasse ispirazione per il progetto sperimentale segreto 'Avro Canada VZ-9-AV Avrocar'. Tra questi figurava anche l’ala volante Horten, da cui, nel dopoguerra sarebbero derivati i progetti di sviluppo per il bombardiere monoala ‘Stealth B-2’. Mentre, sotto la guida di Werner von Braun (il padre delle V-1 e V-2, ovvero i primi missili balistici della storia militare), furono sviluppati i missili intercontinentali e i vettori civili che poi avrebbero consentito la realizzazione del programma spaziale della NASA. Dal Silbervogel furono inoltre tratti i princìpi fisici del “corpo portante” che negli anni sessanta furono alla base di velivoli altamente futuristici come il ‘Boeing X-20 Dyna-Soar’, concepito dalla USAF anche per usi militari offensivi.




Terminato il conflitto, gli Stati Uniti fecero incetta di questo prezioso bottino di guerra, impadronendosi dei progetti militari e perfino di alcuni importanti brevetti civili tedeschi. Un’Europa distrutta dalla guerra consentì agli Stati Uniti di avere anche dominio economico e industriale, suffragato dal predominio finanziario deciso a Bretton Woods nel 1944. Per dirla in breve, gli Stati Uniti, secondo alcuni commentatori , avrebbero “vissuto di rendita” per sessant’anni, al pari di un impero cui dovessero essere versati tributi di natura militare ed economica, oltreché finanziaria. Ora questa rendita sembra stia per esaurirsi o intaccarsi quasi del tutto. E’ ad esempio la tesi sostenuta, tra gli altri, da Immanuel Wallerstein (Senior research scholar alla Yale University) nel suo breve studio intitolato: Il declino dell’impero americano (con un sottotitolo significativo: Il potere degli USA nel mondo è destinato a ridursi. Se Washington cercherà di impedirlo sarà peggio) L’espandersi della bolla finanziaria dei Derivati, cosiddetti “tossici”, (60 volte il PIL mondiale) e il tetto del Debito Pubblico federale sono un pugnale puntato alla gola di Washington, prima ancora che a quella dell’intera economia mondiale. Questo pugnale (almeno per quanto riguarda il Debito Pubblico) è impugnato dalla Repubblica Popolare Cinese (ovvero dal Partito Comunista Cinese fondato da Mao-Zedong), primo detentore, dopo il Giappone, del Debito a stelle e strisce. Anche sul fronte della supremazia militare qualcosa sembra scricchiolare tra le colonne che reggono l’impero americano. Nel marzo 2012 l’allora ministro della Difesa russo, Anatoli Serdjukov, aveva affermato: “Lo sviluppo di armamenti basati sui nuovi princìpi della fisica, armi ad energia diretta, armi geofisiche, armi a onde di energia, armi genetiche, armi psicotroniche etc., fa parte del programma di approvvigionamento delle armi di Stato per gli anni 2011-2020”. Era il segnale che il tempo della rendita, in fatto di superiorità militare, per gli Stati Uniti sta forse terminando. Per evitare il declassamento militare, la bancarotta finanziaria e quindi il caos economico e politico-sociale che potrebbero derivare, gli Stati Uniti forse potrebbero anche (auto)convincersi che la soluzione migliore sia fare ciò che fece Roosevelt nel 1939: trascinare l’America in un confronto (anche militare) con le principali potenze rivali: Russia e Cina, innescando un (nuovo) conflitto globale, combattuto, come i precedenti, prevalentemente in Europa. Solo così gli Stati Uniti potranno sopravvivere a sé stessi, come potenza egemone per un nuovo secolo americano? Ai posteri l’ardua sentenza. Sta di fatto che a dieci anni dalla fine della Guerra Fredda uscì (nel 1999) la “Bibbia” della geopolitica statunitense: The Grand Chessboard, del (maggiore) politologo e stratega dell’establishment statunitense, Zbignew Brzezinski, il quale aveva un sottotitolo altrettanto significativo, quanto quello dell’opera di Wallerstein prima citata: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives, ovvero “la supremazia americana e i suoi imperativi geostrategici”. La “grande scacchiera” esplicitamente indicata nelle pagine dell’opera da Brzezkinski altro non è che l’Eurasia. Mentre l’obiettivo degli Stati Uniti dovrebbe essere quello di garantire un nuovo secolo americano attraverso il controllo delle sue propaggini estremo-occidentali (l’Europa occidentale, soprattutto per mezzo dell’alleanza militare del Trattato del Nord Atlantico) ed estremo-orientali (l’Asia-Pacifico, ovvero la Cina). Peraltro, il dibattito sulla (possibile) fine della Pax americana, così come l’abbiamo conosciuta dalla fine della Seconda guerra mondiale, è tutt’altro che un mero esercizio retorico. Ad esempio, esso rimbalza infatti, di tanto in tanto, seppure in sordina, già da alcuni anni, sulle pagine della prestigiosa rivista del CFR (Council on Foreign Affairs), “Foreing Affairs”.